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FORMATORE D'ECCELLENZA

Fernando Aiuti

Al di là della cura e della ricerca nella lotta all’AIDS

 

 

Prof. Fernando Aiuti

Sapienza Università di Roma

Words

Oggi è molto più difficile essere ricercatori clinici, cioè lavorare in laboratorio con le proprie mani e nello stesso tempo curare i malati: è anche più competitivo e richiede molti sacrifici, ma è impagabile la soddisfazione di verificare direttamente quanto avviene nel corpo umano e contemporaneamente nelle cellule in laboratorio

 

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    ForumECM intervista Fernando Aiuti, Professore Emerito della Sapienza Università di Roma.

     

    Di lui si conosce già molto. Non solo l’importante attività clinica e di ricerca che lo ha visto tra i primi in Italia occuparsi dei malati di AIDS ma anche l’impegno, andato sempre ben al di là dell’attività professionale, nella promozione di campagne sociali sulla malattia e a favore del reinserimento nella società delle persone sieropositive.

     

    La grande capacità di Aiuti di usare i media, ed in particolare il mezzo televisivo, di “far parlare” e di parlare al pubblico, in modo semplice e chiaro, di una malattia dai complessi risvolti sociali ha assicurato la giusta visibilità ai progetti e alle iniziative da lui promosse nel corso degli anni.

     

    Come risultato oggi molti, dal medico al cittadino comune, accomunano Aiuti alla lotta all’AIDS.

     

    Forse il miglior riconoscimento per chi ha fatto dell’Immunologia e delle Malattie infettive la ragione della propria carriera dividendosi quotidianamente tra attività clinica e studio in laboratorio. Essere al contempo medico e ricercatore gli ha regalato una “soddisfazione impagabile”, usando le sue parole, ma richiesto al contempo molti sacrifici.

     

    ForumECM cerca di aggiungere qualcosa al già noto, facendo emergere tra le righe di questa intervista, accanto al professionista e al ricercatore, il formatore di eccellenza che la comunità scientifica ormai da tempo riconosce in Aiuti.

     

    La nascita dell’Immunologia viene fatta coincidere con gli studi di Edward Jenner, il quale alla fine del diciottesimo secolo scoprì che l’agente patogeno causa del vaiolo bovino poteva proteggere l’uomo dal vaiolo, una malattia spesso fatale. L’immunologia e l’infettivologia sono due branche della medicina per molti aspetti legate fra loro, materie che lei ha scelto per farne il “lavoro della sua vita”. Come mai questa scelta?

     

    Queste due specialità della medicina sono legate in modo indissolubile tra loro per vari motivi: esse rappresentano la lotta tra il mondo esterno e l’organismo umano per la sopravvivenza, l’aggressore contro il difensore, la capacità di modificarsi e virulentarsi da parte dei microbi contro quella di respingere l’attacco aumentando o modificando le difese immunologiche da parte dell’ospite. Queste difese sono determinanti perché ci proteggono dalle malattie infettive. Il ruolo delle malattie infettive non è stato importante solo per la storia della medicina ma anche perché le epidemie infettive hanno inciso sul destino delle guerre e quindi dei popoli. Basti pensare alle epidemie di peste, febbre tifoide o colera che colpirono in passato gli eserciti e decisero sulle vittorie e le sconfitte indipendentemente dal valore dei soldati e degli eserciti, sin dai tempi di Alessandro Magno e poi fino a Napoleone.

     

    Per quanto riguarda la mia storia ricordo che capitai per caso alla Clinica Malattie Infettive del Policlinico universitario Umberto I. Allora era una clinica con 300 malati: bambini, adulti e anziani, acuti e cronici, gravi e moderatamente gravi. C’era quello che mi appassionava: il contatto con i malati - anche se contagiosi -, la diagnostica immediata al letto del malato, con un piccolo laboratorio per ogni piano di degenza, quasi un pronto soccorso. Era una palestra per un giovane medico che aveva la possibilità di vedere numerose malattie diverse: dalle endocarditi alle gravi forme di malattie esantematiche, dalle meningiti al tifo, alla brucellosi, alla malaria e alla tubercolosi. Allora vidi alcune malattie ora scomparse come la poliomielite, il carbonchio e la rabbia! Fui anche attratto dalla responsabilità di cui ci caricavano gli assistenti più anziani e dalla possibilità di esercitarmi sia al letto del malato che nel laboratorio. “From bed to lab”, dicevano gli anglosassoni.

     

    Nel suo percorso professionale ha collaborato sia in Italia che all’estero con importanti istituti, università e centri di ricerca. Il Karolinska Institute, l’Università di Harvard e molte altre prestigiose università come quelle di Londra, Parigi, Lisbona e Lione, per citarne alcune. Ma non meno rilevanti sono gli atenei con i quali ha collaborato in Italia. Quale tra i tanti modelli formativi che ha avuto modo di conoscere ritiene più valido e per quali ragioni? E come considera, da docente e formatore, quello italiano?

     

    Senza dubbio il periodo trascorso in Svezia nell’allora Institut for Tumor Biology, nel mitico Karolinska diretto dal Prof. George Klein, dove si arrivava per imparare a fare ricerca da tutto il mondo. Lì si iniziarono a studiare i rapporti tra virus-tumori e immunità. Un mio coetaneo, il Prof. Hans Wigzell, poi diventato Rettore del Karolinska, aveva messo a punto alcune metodiche innovative per studiare i linfociti e con lui feci il primo lavoro importante per individuare nell’uomo i linfociti di origine timica o linfociti T. Questa metodica, denominata test delle rosette E, e la messa a punto di un siero anti linfociti T, permisero poi di individuare nel sangue e nei tessuti umani queste cellule e di scoprire le malattie causate da eccesso e carenza di linfociti T.
    Il sistema della ricerca medica italiana negli anni ‘70 era molto carente, mentre oggi è tornato ai livelli europei e ci sono punte di eccellenza in tutti i settori della ricerca biomedica che dovrebbero attrarre i giovani ricercatori.

    È giusto recarsi all’estero per un periodo ma poi è importante rientrare se ci sono le possibilità.

     

    La Ricerca è una costante della sua attività. Attività che l’ha portata a dare importanti contributi alla diagnosi e alle terapie di malattie da immunodeficienza primitiva, di malattie infettive, reumatiche ed allergiche. Non meno importanti sono state le sue ricerche sulla vaccinazione contro il virus HIV-1, sulla diagnosi e terapia dalle infezione da HIV-AIDS e su alcuni tumori correlati alle immunodeficienze. C’è un filo rosso che lega tra loro le sue ricerche? E tra tutte qual è quella che le ha dato maggiori soddisfazioni?


    Il filo è rappresentato da linfociti T, le cellule in gran parte responsabili delle nostre difese cellulari che ci proteggono dalle infezioni, tumori e agenti esterni. Se sono quantitativamente o qualitativamente insufficienti le persone si ammalano di gravi infezioni fungine e virali o vanno incontro all’insorgenza di tumori. Se queste cellule sono aumentate, o funzionano in modo esagerato o sono dirette verso bersagli sbagliati, diventano responsabili della malattie autoimmuni, del rigetto dei trapianti e di malattie linfoproliferative. Direi che ho passato quasi tutta la mia vita di ricercatore a studiare queste cellule e a vedere malati con la patologia causata dai linfociti. Oggi è molto più difficile essere ricercatori clinici, cioè lavorare in laboratorio con le proprie mani e nello stesso tempo curare i malati: è anche più competitivo e richiede molti sacrifici, ma è impagabile la soddisfazione di verificare direttamente quanto avviene nel corpo umano e contemporaneamente nelle cellule in laboratorio.

     

    Il nostro Paese è oggi teatro di quella che viene chiamata “fuga di cervelli”, ovvero giovani che dopo essersi formati nei nostri atenei cercano in altri Paesi, come gli Stati Uniti, quelle opportunità di crescita professionale che in Italia si vedono precluse per diverse ragioni. Quali per lei le cause di questo fenomeno al di là della naturale globalizzazione della ricerca? E dove investire e cosa cambiare per far diventare nel medio lungo periodo il nostro Paese un polo di attrazione per ricercatori stranieri?


    Le cause sono molteplici, in parte legate al cattivo funzionamento della nostra società e della nostra vita quotidiana. Tutto può influire negativamente sulla ricerca: dal sistema dei trasporti, alla lentezza della burocrazia, dalla età media dei ricercatori troppo elevata alla carenza dei fondi di ricerca, dai bassi stipendi medi dei ricercatori italiani, alle scarse prospettive future che l’Italia offre ai giovani. La crisi della politica si riflette negativamente sulla ricerca che è considerata anche il fanalino di coda di tutti i governi. Addirittura la stessa ricerca è stata penalizzata persino da due professori universitari come l’ex Presidente del Consiglio Monti e l’ex Ministro Profumo.

     

    Rimanendo sempre in tema di Ricerca, come è cambiato oggi il modo di fare ricerca rispetto al passato nel suo campo?


    Oggi c’è una maggiore competizione a livello internazionale, gli scambi culturali e scientifici sono molto più intensi e rapidi, la possibilità di aggiornamento con internet non ammette errori o deroghe, i controlli sono più severi e le regole, specie per la ricerca clinica, sono molto più stringenti. Anche dal punto di vista etico sono state fatte modifiche sulla ricerca sperimentale su animali che vengono maggiormente tutelati. Le biotecnologie hanno completamente rivoluzionato i metodi di ricerca e si è passati dai tessuti alle cellule poi ai cromosomi, ai mitocondri fino al DNA e RNA ed alla manipolazione dei geni cellulari.

     

    Ma tutto questo ha un prezzo. Essere in una ricerca di un palcoscenico internazionale non ci permette più di stravolgere con regole interne le normative ad uso e consumo di alcuni ricercatori che non vogliono sottostare a questi controlli. La brutta figura che stava per fare il Governo Italiano, sul problema della sperimentazione delle cellule staminali ci aveva messo in ridicolo presso tutta la comunità mondiale. E tutto questo è accaduto dietro la spinta e con il sostengo di una parte della stampa e della TV spazzatura degna di un paese del terzo mondo. Le principali riviste scientifiche che contano, come Science e Nature, ci avevano attaccato per una deregulation parziale sulle sperimentazioni voluta dal Ministro Balduzzi, ma poi fortunatamente modificata dal Parlamento che in parte ha ripristinato le normative sulle sperimentazioni cliniche delle cellule staminali e sui controlli che non possono essere evitati.

     

    Ciascuno di noi ha nel proprio percorso di studi un docente che, probabilmente senza saperlo, gli ha indirizzato la vita professionale. Questo sarà successo anche per lei che oggi, nel campo dell’Immunologia e delle Malattie Infettive, è considerato un punto di riferimento.


    Guardandosi indietro a chi riconosce il ruolo di “maestro” e come ha influenzato il suo approccio alla professione e alla didattica?


    Penso che il successo del professionista sia dovuto per un 50% alle proprie capacità personali e per la rimanente parte all’ambiente scientifico ed ai docenti che incontra e dai quali è formato. Devo la mia formazione nella ricerca in gran parte ai colleghi stranieri belgi, olandesi e svedesi presso cui ho lavorato e nella parte clinica al mio maestro Prof. Giuseppe Giunchi: un grande didatta, un grande clinico con cui ho avuto la fortuna di lavorare per circa 20 anni e da cui ho imparato molti segreti della medicina clinica.

     

    Come considera in generale l'aggiornamento dei professionisti sanitari in Italia ed il Programma nazionale di Educazione Continua in Medicina così come oggi pensato?


    Credo che sia un buon metodo anche se, forse, in alcuni casi c’è una certa influenza delle industrie farmaceutiche che possono condizionare alcune tematiche e l’orientamento di scelta sulle terapie.
    Il sistema di valutazione andrebbe poi semplificato e si potrebbe incrementare la formazione su internet a discapito di quella congressuale con la presenza fisica.

     

    È il fondatore dell’Associazione Nazionale per la lotta contro l’AIDS, una malattia ormai cronica ma non per questo meno insidiosa . Pazienti cronici che richiedono cure a 360 gradi, non solo da parte dell’immunologo e dell’infettivologo ma anche da parte di professionisti specializzati in altre discipline non propriamente vicine alle sue specializzazioni. In base alla sua esperienza, quali pensa siano le categorie professionali che dovrebbero maggiormente formarsi nella materia?


    La formazione dovrebbe riguardare il settore radiologico, oncologico - per l’aumento di tumori in questi pazienti - quello odontoiatrico e la farmacologia a causa degli effetti collaterali dei farmaci antivirali.

     

    Una lunga guerra, quella contro l’AIDS, iniziata trent’anni fa quando un gruppo di ricercatori guidato dal Prof. Luc Montagnier isolò per la prima volta il virus dal linfonodo di un paziente. 

    Oggi la Ricerca è rivolta allo studio di nuovi farmaci sempre meno tossici e più efficaci in grado di migliorare la vita di questi pazienti. La comunità scientifica vede possibile un vaccino nell’arco di un decennio.
    Una prospettiva ottimistica o un’ipotesi suffragata da progressi concreti? E qual è il ruolo svolto dalle aziende farmaceutiche?


    Desidero ricordare oltre che il Prof. Montagnier anche il Prof. Robert Gallo, riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale come il co-scopritore del virus HIV. Entrambi sono miei amici e li ringrazio per l’aiuto che hanno dato al mio laboratorio nel lontano 1983, quando misi a punto la tecnica per evidenziare gli anticorpi contro il virus dell’AIDS, che mi permise di diagnosticare i primi casi italiani e di scoprire che in Italia l’infezione colpiva soprattutto i tossicodipendenti. Per il vaccino nessuno è in grado di fissare date precise, anche se ritengo che sia possibile trovare un vaccino preventivo per questa malattia. Il ruolo delle industrie farmaceutiche è stato fondamentale per la scoperta di nuovi farmaci antivirali, che oggi hanno permesso di cronicizzare la malattia e di curare milioni di persone. I farmaci sono sempre più efficaci, semplificati e meno tossici e grazie a queste ricerche le prospettive di vita per i malati sono radicalmente mutate in senso positivo.

     

    Da poco ha lasciato la carica di Presidente della Commissione Politiche Sanitarie di Roma Capitale, dove si è occupato dei problemi relativi alle malattie infettive emergenti e riemergenti, organizzando, tra le altre cose, corsi di formazione sulle malattie allergiche, immunologiche, reumatologiche ed autoimmuni sia per medici che per il personale amministrativo di Roma Capitale che svolge la propria attività nel settore sanitario. Quali sono stati i risultati raggiunti e le principali difficoltà riscontrate nel corso di questa esperienza?


    I risultati più significativi sono stati gli atti di indirizzo per la lotta alla droga all’Agenzia delle tossicodipendenze di Roma Capitale, l’approvazione di numerose mozioni, ordini del giorno e di delibere riguardanti il problema del contrasto alle tossicodipendenze nel territorio, la nuova regolamentazione per miglioramento dell’assistenza domiciliare ai malati di AIDS; i corsi di educazione sanitaria; la prevenzione delle malattie infettive e delle malattie sessualmente trasmesse nel territorio e nelle scuole di Roma Capitale; la promozione di programmi di corretta alimentazione nelle scuole; la promozione delle vaccinazioni facoltative e la tutela di alcuni parchi di Roma. Ricordo anche la sensibilizzazione delle autorità sanitarie delle ASL per promuovere la vaccinazione di bambini nei campi nomadi e gli interventi per il miglioramento dell’igiene nei nuovi campi attrezzati.

     

    Sulla base della sua attività di docente universitario e di relatore in conferenze e congressi scientifici nazionali ed internazionali, cosa ritiene sia imprescindibile in una lezione o intervento per garantire efficacia al processo di apprendimento? 

    E cosa vorrebbe che un suo studente avesse “appreso” e portasse con sé una volta concluso il suo corso?


    Credo che, per chi insegna, sia fondamentale lasciare un messaggio chiaro e comprensibile per poi avere un riscontro pratico dagli studenti. Questo è facile da raggiungere se ci sono novità da proporre, se il metodo espositivo è chiaro e semplice e se si evitano troppe nozioni o notizie che possono confondere quelli che ascoltano. Lo studente o il medico devono imparare i metodi più che le nozioni, come fare ad esempio diagnosi di una patologia e trovare risposte nelle terapie e nei test diagnostici da richiedere. Spesso ci sono troppe analisi e troppe terapie proposte e si fa confusione.

     

    L’immunologia e le Malattie Infettive sono materie che mostrano un vasto campo di azione. In una nostra precedente intervista il Professor Mantovani ha dichiarato che nel campo dell’Immunologia, i vaccini e le terapie biologiche sono, secondo lui, le tematiche di cui c’è maggior necessità di formazione per il personale medico e sanitario. Dove vede lei, nello specifico campo immunologico e delle malattie infettive, più evidenti i fabbisogni formativi del professionista?


    I bisogni formativi sono nell’utilità delle metodiche diagnostiche, specialmente immunologiche e virologiche. Bisognerebbe fare chiarezza sul fatto che non sempre la positività di un virus isolato o di un microbo coltivato dal sangue o dai tessuti significa che questo germe è la causa della malattia. Nel campo siero-immunologico spesso si tende a dare valore alla positività di anticorpi o autoanticorpi, espressione di un avvenuto contatto con il germe, ma non necessariamente causa della malattia. Basti pensare alle preoccupazioni che si generano nei malati quando si consegnano loro le analisi che rilevano, ad esempio, la presenza o di un batterio nelle urine, o di un micete in vagina, o di un titolo antistreptolisinico elevato oppure la positività agli Anticorpi Anti Nucleo (ANA). A volte queste positività potrebbero essere irrilevanti per quel malato o addirittura essere presenti in persone sane. Oggi ci sono, a volte, malati non di malattie ma di analisi. Fondamentale è quindi correlare sempre la clinica con il laboratorio!

     

    Nel corso della sua carriera ha “prodotto” molto, con oltre 600 pubblicazioni scientifiche delle quali ben 380 su riviste internazionali, e ricevuto per la sua attività di ricerca e sociale numerosi premi nazionali ed internazionali. Tra tutti i suoi lavori quale ritiene il più importante e quale il riconoscimento di cui va maggiormente fiero?


    Come accennavo prima i lavori più rilevanti sono quelli relativi all’identificazione dei linfociti T e alla loro importanza nella diagnostica delle immunodeficienze, la classificazione delle Immunodeficienze primitive, l’individuazione di alcune deficienze dei linfociti T, la correlazione tra produzione di alcune linfochine e sottopopolazioni linfocitarie in malattie allergiche, la diffusione dell’AIDS in Italia nei tossicodipendenti. Mi piace anche ricordare alcuni miei editoriali controcorrente su alcune strategie terapeutiche per le immunodeficienze, in quanto poi i fatti, con il tempo, mi hanno dato ragione. Tra queste, la scelta della terapia continua e non intermittente nell’AIDS.

     

    Lei ha sempre cercato di divulgare informazioni chiare e scientifiche in tema di AIDS, arrivando a scrivere anche per il grande pubblico. Ricordiamo due libri: “Nessuna condanna”, dove racconta le storie di alcuni suoi pazienti malati di AIDS ed i passi avanti compiuti dalla Ricerca in campo immunologico, e “Sapere uguale vivere”, un libro di informazione sulla tematica diretto sia ai giovani che agli adulti. In questi ultimi anni la rete ha mostrato, come strumento di informazione sanitaria, tutte le sue potenzialità ma allo stesso tempo ha reso evidente il pericolo insito in un suo possibile cattivo uso. Come giudica l’informazione sanitaria in rete e le modalità con cui vengono trattati certi temi come l’AIDS o il cancro da chi, come Grillo, ha oggi un’enorme risonanza mediatica?


    Sono temi delicati che vanno affrontati solo da scienziati o da medici qualificati o da divulgatori professionisti della scienza come Piero Angela. Non sono temi da utilizzare per una semplice campagna denigratoria a scopi politici o per attaccare alcuni scienziati, anche se la scienza non può essere per definizione infallibile e non tutti gli scienziati sono onesti e seri.

     

    Le passioni, gratificando lo spirito e spesso anche il corpo, sono in alcuni casi una “medicina” migliore di qualche pillola. Le avrà sicuramente anche un professore universitario come lei, seppur molto impegnato nella professione e nell’insegnamento. A cosa si appassiona Fernando Aiuti?


    Due cose fondamentali, lontane tra loro ma entrambe per me salutari nei momenti di insoddisfazione o di stanchezza.
    La prima è la pratica di attività sportive nei momenti liberi anche se ora, alla mia età, mi limito a praticare nuoto, bicicletta e vela con barche da spiaggia. Consiglio a tutti lo sport purché adattato ad ogni età, nei limiti della propria attitudine fisica e delle proprie capacità fisiche e sempre previo controllo medico.

     

    La seconda è l’impegno e l’amore per la famiglia che comprende moglie,figli e nipoti che mi hanno dato e mi danno tante soddisfazioni. Qui ricordo solo quelle avute da Alessandro, non perché meriti più degli altri, ma solo perché la sua attività si collega a questa intervista. Le sue pubblicazioni in riviste internazionali come Nature, Science, New England Journal Medicine, Journal of Clinical & Laboratory Investigation e tante altre come primo autore nel settore della terapia delle immunodeficienze primitive parlano da sole. Proprio di questa settimana di giugno 2013 è una sua nuova ricerca, come primo autore su Science, che riporta la guarigione di bambini affetti da una malattia pediatrica , la sindrome di Wiskott-Aldrich che finora era fatale. E proprio io descrissi il primo bambino italiano nel lontano 1967 che purtroppo morì dopo pochi mesi. Oggi questi bambini sono stati salvati da mio figlio, questo mi riempie di gioia più che se l’avessi fatto io.

     

     



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