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FORMATORI DI ECCELLENZA

Claudio Giorlandino

La formazione come dovere morale e deontologico

 

 

Prof. Claudio Giorlandino

Gruppo Artemisia SpA


Ipse dixit

Fare il medico, per la mia generazione, quella che leggeva i libri di Cronin e guardava in TV il Dr. Kildaire era un sogno romantico. L’idea di poter salvare una vita era una prospettiva esaltante e il percorso, lungo e faticoso, venne presto ripagato dalla passione e dalla curiosità per lo studio della Medicina

Il compito del “Maestro”, è trasferire, insieme alla cultura ed alla conoscenza il modus operandi. I precetti ereditati dall’esperienza. Avere un buon Maestro e rubare i suoi segreti quando lo vedi parlare con un paziente. Questa è la tua scuola

Il bisogno continuamente stimolato dalla pubblicità per la perfezione e la bellezza, esige un figlio altrettanto “perfetto e bello”. La frustrazione che deriva da una comunicazione di un problema nel nascituro genera a sua volta un’altra frustrazione che difficilmente viene superata.

 

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In questo numero ForumECM incontra Claudio Giorlandino, un punto di riferimento in campo ginecologico in Italia e all’estero.

 

Il risultato è un’interessante intervista ricca di riflessioni, spunti di dibattito e ricordi.

Nelle sue risposte emerge accanto ad un professionista appassionato del proprio mestiere, ovvero dell’”Arte”, come Giorlandino chiama la Scienza Ostetricia, un uomo consapevole della delicatezza della propria attività e del prevalere dell’aspetto umano su quello meramente professionale, con il suo carico di aspettative, emozioni, gioie e, a volte, inevitabili dolori.

Oggi Giorlandino è direttore sanitario dell’Artemisia, importante gruppo sanitario con diverse sedi in Italia che opera dagli anni ’70 nel campo della diagnostica prenatale.

 

Oltre ad essere un professionista affermato, Giorlandino è un attento formatore.

Uno di quelli che vede nella capacità di comunicare sia uno strumento imprescindibile per il medico che la chiave per rendere una lezione universitaria o un incontro formativo appassionante come un testo di teatro, dove il copione è rappresentato dalla propria cultura ed esperienza e la recita dipende dalla capacità espositiva e dalla personalità del docente.

In altre parole quello che può definirsi un formatore di eccellenza.

 

Dopo la Laurea in Medicina e Chirurgia ha deciso di specializzarsi in Ostetricia e Ginecologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma ed ha iniziato una carriera che lo ha portato ai vertici della specialità. Quarant’anni dedicati, con indubbio successo, allo studio e alla professione.

Cosa la spinse nella scelta di fare il medico e in quella successiva di specializzarsi in Ginecologia?

 

Fare il medico, per la mia generazione, quella che leggeva i libri di Cronin e guardava in TV il Dr. Kildaire era un sogno romantico. L’idea di poter salvare una vita era una prospettiva esaltante e il percorso, lungo e faticoso, venne presto ripagato dalla passione e dalla curiosità per lo studio della Medicina.

 

Fare il Ginecologo fu una scelta obbligata per chi, come me, amava fare sia il medico che il chirurgo. Le altre specializzazioni sono più limitate nell’uno o nell’altro degli aspetti. Il Ginecologo, e soprattutto l’Ostetrico, prendeva in considerazione tutta la medicina e tanta chirurgia.

 

Dopo la Laurea in Medicina e Chirurgia ha deciso di specializzarsi in Ostetricia e Ginecologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma ed ha iniziato una carriera che lo ha portato ai vertici della specialità. Quarant’anni dedicati, con indubbio successo, allo studio e alla professione.

Cosa la spinse nella scelta di fare il medico e in quella successiva di specializzarsi in Ginecologia?

 

Fare il medico, per la mia generazione, quella che leggeva i libri di Cronin e guardava in TV il Doctor Kildaire era un sogno romantico. L’idea di poter salvare una vita era una prospettiva esaltante e il percorso, lungo e faticoso, venne presto ripagato dalla passione e dalla curiosità per lo studio della Medicina.

 

Fare il Ginecologo fu una scelta obbligata per chi, come me, amava fare sia il medico che il chirurgo. Le altre specializzazioni sono più limitate nell’uno o nell’altro degli aspetti.

Il Ginecologo, e soprattutto l’Ostetrico, prendeva in considerazione tutta la medicina e tanta chirurgia.

 

Oggi nel campo ginecologico è considerato un punto di riferimento a livello internazionale.

Lo dimostra anche la carica di European Professional Excellency in Obstetric and Gynaecology.

Nel suo percorso di studi e nella sua carriera professionale sicuramente ha avuto uno o più maestri. Guardandosi indietro a chi riconosce questo ruolo?

 

L’impostazione, il rigore e l’amore per l’Arte, così si chiama la Scienza Ostetrica, mi fu trasmessa dal primo maestro, il caro Prof. Ernesto Moneta, dell’Università Cattolica di Roma. Ma altri della stessa scuola, come il Prof. Mancuso ed il Professor Romanini mi diedero tanto.

I loro insegnamenti hanno formato la Coscienza Clinica e Scientifica.

L’Arte poi, come tecnica di lavoro, l’appresi e raffinai in diverse scuole, in particolare negli Stati Uniti, a Chicago, dove ebbi la fortuna di intraprendere i primi studi sulla Procreazione Medicalmente Assistita con il Prof. Gleicher. Frequentai poi la UCLA a Los Angeles e nel Tennessee, a Memphis, dove ebbi modo di sperimentare, su una popolazione fortemente a rischio per malattie della gravidanza, appresi il metodo per confrontarmi con le più severe forme morbose della gestante.

 

 

 

Attualmente è Direttore Responsabile ed Editor-in-Chief della rivista internazionale Journal of Prenatal Medicine ed è anche International Editorial Board della rivista internazionale Case Reports in Obstetrics and Gynecology. Un’attività di valutazione parallela a quella di produzione di contenuti scientifici che lo ha visto pubblicare molti lavori, sia su riviste nazionali che internazionali. Qual è quello che ritiene più importante?

 

La mia produzione scientifica ha sempre avuto, come guida, un forte pragmatismo.

Pubblico quello che ritengo sia utile ovvero quello che ritengo possa essere utile a tutti. Non ho seguito mai l’imperativo anglosassone del “publish or perish”. Non mi è mai interessato pubblicare solo per farlo.

Attualmente sono orgoglioso di aver portato, a livello internazionale, la prima rivista italiana di Ostetricia, il Journal of Prenatal Medicine. Prima di questa rivista, sembrerà incredibile, ma l’Italia non possedeva una Rivista internazionale censita sui motori di ricerca internazionali e “impattata” cioè caratterizzata da un valore scientifico universalmente riconosciuto.

 

La diagnosi prenatale è una branca dell’Ostetricia che conferisce una grande responsabilità al professionista e lo porta periodicamente davanti a casi complessi sul piano umano ed etico.

Nella sua carriera professionale immaginiamo ce ne siano stati diversi e che molti le siano anche serviti nella sua attività di formatore. Quale quello che le ha lasciato un ricordo più profondo e quello che usa citare più spesso nelle sue lezioni?

 

Ce ne sono stati centinaia.

Ce ne sono tutti i giorni. L’impatto più forte lo si ha ogni volta che ti confronti con un problema in una coppia che soffre. L’aspetto umano è fondamentale, ma più di tutto conta la sensibilità. Non ci sono regole per trasferire le informazioni alla coppia o alla madre. A volte cerchi il “registro” giusto e non lo trovi, a volte viene spontaneo empatizzare. Spesso ci si scopre in sintonia e la sofferenza o la gioia che si percepisce diviene la tua. Altre volte sbagli e, indipendentemente dalle tue intenzioni, ti accorgi di aver fallito. Allora senti che ti ritengono, in qualche misura, responsabile, del dolore o della disgrazia che tu hai trattato come medico.

 

Il fatto di aver insegnato in diverse università le ha sicuramente permesso di farsi una chiara idea sul sistema formativo italiano e su quali siano le maggiori differenze rispetto a quelli di altri paesi.

Come lo ritiene e cosa mutuerebbe dagli altri sistemi per renderlo più efficace nella formazione dei professioni sanitari? E come considera in generale, da docente e formatore, la preparazione dei professionisti sanitari italiani rispetto a quella dei professionisti di altri Paesi?

 

In passato la formazione medica era molto lacunosa.

Soprattutto la “pratica” clinica e chirurgica. Oggi no. Le nostre Scuole di Medicina ritengo che oggi siano certamente tra le migliori del mondo. Cambierei qualcosa? Certamente, in molti posti cambierei molto, ma si tratta di perfezionare le situazioni contingenti, non il sistema. La pratica oggi è affidata a strutture ospedaliere, che hanno certamente preso il soppravvento culturale e tecnico rispetto alla maggior parte di quelle universitarie, ancora troppo afflitte, in molti casi, da sistemi di attribuzione dei ruoli basati su accordi e nepotismi più che sul merito.

 

Nel 2002 è stato membro della Commissione Nazionale per la Formazione Continua partecipando dunque alla nascita del Sistema ECM. A conclusione del primo decennio del Programma nazionale ECM quel è il suo personale bilancio in termini di obiettivi raggiunti e di obiettivi ancora da raggiungere?

 

Continuare a studiare, per un medico, fu in passato ed è tuttora un dovere morale e deontologico. Dal 30 dicembre 1992 però, con il decreto legislativo 502, l’Educazione Continua in Medicina fu legge dello Stato. Questa attività fino al 1999, data di introduzione del D.l. 229, era praticamente sconosciuta. La fase sperimentale iniziò, tiepidamente, nel 2001 e prese piede pian piano, nella coscienza dei professionisti, fino a quando, sotto la presidenza dell’allora ministro Girolamo Sirchia, ebbe un grande impulso, anche se non mancarono critiche. Mi spiace constatare, però, che in seguito l’impulso dato sbiadì progressivamente.

Bisognerebbe dare nuovi slanci.

 

Oggi la formazione continua del professionista sanitario si realizza sia nelle aule che sul campo o, grazie ai progressi della tecnologia, a distanza. Diverse modalità che risultano più o meno funzionali a seconda della disciplina e della materia trattata. Secondo la sua esperienza qual è la tipologia di evento formativo più efficace per formare ed aggiornare il Ginecologo?


Il metodo migliore, per un ginecologo di “territorio” è la frequenza periodica, sotto la guida di un Tutor, di un reparto, una Sezione, una sala operatoria, un Ambulatorio che, ciclicamente aggiorni il medico specialista sulle aree di maggior interesse per la sua professione.

La frequenza stabile in Residenza in una Struttura operativa di eccellenza vale molto di più di centinaia di congressi e lezioni teoriche o a distanza. Anche il Tutor dovrebbe raffinare e amplificare le sue conoscenze, con lo stesso metodo, magari frequentando eventi, corsi o aggiornamenti pratici meno prolungati, ma sempre in luoghi dove una eccellenza possa incontrarsi, e confrontarsi, con un’altra. Ma questa è una mia opinione.

 

Sempre nel suo specifico campo qual è la tematica sulla quale ritiene ci sia oggi maggiore necessità di formazione per il personale medico e sanitario?

 

La patologia Ostetrica e la Diagnosi prenatale e la conoscenza fisiopatologica delle malattie in ginecologia, ostetricia e medicina fetale. Tutto questo grazie all’avvento di straordinarie e continue acquisizioni metodologiche, mettono presto “in soffitta” le conoscenze anche recenti. Per la chirurgia questa ha avuto un grande sviluppo grazie all’introduzione, sempre più frequente, della laparoscopia ma, mentre noi ginecologi avanziamo con misura, i chirurghi galoppano e, per quel che vedo, un medio chirurgo laparoscopista è in grado di operare meglio e più in sicurezza del miglior ginecologo. Cosa rimane però a noi che il chirurgo ignora? La clinica ginecologica. La conoscenza della storia naturale della malattia, le indicazioni e con queste, la giusta scelta dei limiti e dell’atteggiamento chirurgico da seguire. Anche qui, pertanto, è lo studio della fisiopatologia che fa la differenza e rende, l’intervento del ginecologo, in definitiva da preferire rispetto al chirurgo.

 

Lei è un docente universitario e abituale relatore a congressi e convegni. Provando a guardare con gli occhi di uno studente o discente quale pensa siano le principali qualità che dovrebbe possedere un docente? E cosa, al di là dei contenuti scientifici, vorrebbe trasmettere lei quando entra in aula?

 

La capacità di “comunicare”. Una lezione deve appassionare come un testo di teatro. Per essere buoni attori ed avere successo bisogna avere un buon copione e saper recitare. Il copione è la tua cultura, la recita è la tua personalità.

 

Negli anni ha collaborato spesso con rubriche televisive di divulgazione sanitaria su tematiche riguardanti la salute della donna. Divulgare, soprattutto nel suo campo, informazioni medico-scientifiche ad un pubblico privo di adeguata preparazione, come anche comunicare con il paziente ed i suoi famigliari, richiede oltre ad una grande responsabilità e ad una predisposizione personale, anche la conoscenza delle dinamiche e degli strumenti della comunicazione interpersonale.

Spesso però la capacità di comunicare del medico è data, erroneamente, per scontata.

Ritiene che la Comunicazione sia una materia sufficientemente considerata nel percorso universitario e post universitario del professionista sanitario?

 

No. Non è studiata affatto ma è proprio questo il compito del “Maestro”, trasferire, insieme alla cultura ed alla conoscenza il modus operandi.

I precetti ereditati dall’esperienza. Già l’antica Scuola salernitana dedicava grande impegno a trasferire al medico, mediante arguti aforismi, i segreti del ben comunicare. Avere un buon Maestro e rubare i suoi segreti quando lo vedi parlare con un paziente. Questa è la tua scuola.

 

Rimaniamo in tema di comunicazione. Come Presidente della Società di diagnosi prenatale e medicina materno fetale, della quale oggi è segretario nazionale, ha in passato spesso evidenziato l’elevata frequenza con la quale viene richiesta l’analisi genetica e come questa venga molte volte seguita dalla richiesta di interruzione di gravidanza anche solo per lievi anomalie. Una mancanza di sufficiente informazione nei genitori che genera eccessive paure, una scarsa capacità del medico di comunicare correttamente o l’incapacità di accettazione del figlio “imperfetto” in una società “perfetta”?

 

Entrambe le cose. Un figlio oggi arriva come il coronamento di una vita di attese e di una ricerca di perfezione. La nostra società è vittima, per parafrasare Pasolini, di una mentalità appropriativa e di un edonismo consumistico a causa del quale deriverebbero comportamenti profondamente amorali e immorali. Il bisogno continuamente stimolato dalla pubblicità per la perfezione e la bellezza, esige un figlio altrettanto “perfetto e bello”. La frustrazione che deriva da una comunicazione di un problema nel nascituro genera a sua volta un’altra frustrazione che difficilmente viene superata. Giocano qui diversi fattori: il modo di comunicare l’esistenza di un difetto del nascituro e la mentalità dei genitori e della famiglia. L’idea di “limite” oltre il quale non si accetta di portare avanti una gravidanza non è la stessa per tutti. Tra i due estremi, che rappresentano la minoranza dei casi, dove da un lato c’è chi accetta anche una grave menomazione e dall’altro chi interromperebbe la gestazione per un minimo difetto, sta la maggioranza delle coppie.

In queste sia le problematiche contingenti che il buon senso operano la scelta.

 

Oltre alla stesura di testi scientifici, lei si è cimentato nella narrativa.

Nel 2009 è infatti uscito il suo romanzo “A Cavallo della Luna” edito da Pironti, in cui narra la storia di suo padre inserita in una cornice storica impregnata di demagogia che è la Libia all'epoca della colonizzazione italiana. Dalla lettura del romanzo emerge un legame profondo e indelebile con suo padre. Qual è l’insegnamento più importante che le ha trasmesso e che ha portato con se, magari anche nella quotidiana attività professionale e di formatore?

 

Mio padre era un uomo semplice e sicuro di se. Limpido e deciso. Mai una nevrosi o una incomprensibile atto di ira. Mai un turbamento senza un motivo o un ripensamento sulle decisioni. Il suo insegnamento più forte è stato il suo stesso modo di agire nei confronti della vita e che può ricondursi alla locuzione latina: Electa una via, non datur recursus ad alteram.

Scelta una via non si cambia strada! Questo non vuol dire non avere dubbi. Tutti dobbiamo averne. Come scrive Voltaire “ il dubbio è scomodo, ma la certezza è ridicola. Solo gli imbecilli non dubitano” ma mio padre mi ha insegnato che, dopo aver ben considerato, bisogna concludere e, dopo aver deciso,non si deve tornare indietro.

 

Come ogni buon scrittore, immaginiamo sia anche un gran lettore.

Ha un genere ed un autore preferito e quale libro sta leggendo in questi giorni?

 

Il mio scrittore preferito è senz’altro Pirandello.

Leggo scrittori siciliani con passione. Dai classici Verga, Quasimodo, Sciascia, Luigi Capuana fino a Vitaliano Brancati e Andrea Camilleri passando per scrittori meno noti ma ricercati come Gesualdo Bufalino o Giuseppe Bonaviri. Attualmente sto rileggendo, con passione, da oltre un mese, lo spirito delle Leggi, di Montesquieu.

 

In questi tempi di confusione politica l’ordine dei governi teorizzato dal Montesquieu “ Il principio della repubblica è la virtù, della monarchia è l'ambizione personale e del dispotismo la paura” mi sembra l’analisi più lucida del bizzarro contesto politico universale in cui viviamo.

 

Considerati i suoi diversi impegni professionali ed accademici le rimane del tempo libero da dedicare ad altre passioni diverse dalla lettura?

 

Amo il cinema, lo sci e abbiamo tanti amici.

La famiglia e tutto quello che appassiona i miei figli, ancora bambini, appassiona anche me.

 

 

 

27 agosto 2012



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