Stampa Articolo

Suggerisci ad un amico

FORMATORI DI ECCELLENZA

Roy De Vita

Il lato estetico della Formazione

 

 

Prof. Roy De Vita

Istituto Nazionale Tumori Regina Elena

RdV Medical Group


Ipse dixit

Ritengo che Il Programma ECM non abbia cambiato per niente il modo di formare i professionisti: quelli coscienziosi hanno sempre girato e si sono aggiornati a prescindere da una legge che li obbligasse a farlo, mentre quelli “costretti”, il cui fine è la mera acquisizione dei crediti, si aggiornano senza un autentico interesse partecipativo

 

Inbox

 

via Elio Chianesi, 53

00144 Roma (RM)

 

tel. 06 52661

 

roydevita@ifo.it

www.ifo.it

 

RdV Medical Group

 

via Monte delle Gioie, 5

00199 Roma (RM)

 

tel. 06 8084554

 

c/o clinica "La Madonnina"

via Quadronno, 29

20122 Milano (MI)

 

tel. 848 808088

 

info@rdvmedicalgroup.it www.rdvmedicalgroup.it www.roydevita.it

 

 

In questo numero ForumECM incontra, per la rubrica Formatori di Eccellenza, uno tra i chirurghi plastici italiani di maggior fama e successo: Roy De Vita, oggi a capo della Divisione di Chirurgia Plastica dell’Istituto Tumori Regina Elena di Roma.

 

Volto noto al grande pubblico per le frequenti apparizioni sul piccolo schermo, Roy De Vita è stato recentemente protagonista della docu-soap “Diario di un Chirurgo” andata in onda su Discovery Real Time.

Un racconto della sua giornata lavorativa, della preparazione prima degli interventi e delle relazioni umane che si instaurano con i pazienti, portatori ciascuno di un proprio vissuto, di aspettative e paure.

Il programma ha rappresentato per De Vita un’opportunità per fare un’informazione corretta sulla professione del chirurgo plastico, spesso non considerato, come invece si dovrebbe, “un medico che compie atti terapeutici per guarire malattie fisiche e psicologiche dei propri pazienti” per usare le sue parole.

 

Sui mass media la chirurgia plastica è infatti spesso fatta coincidere esclusivamente con quella estetica e dunque con qualcosa di non essenziale, espressione del solo desiderio di apparire in modo rispondente a specifici canoni estetici. Questo svuotando di contenuti la professione, sminuendone la dimensione “ricostruttiva” e dando del chirurgo plastico l’idea di un “persona frivola, che si occupa di cose voluttuarie”.

 

Attraverso il programma De Vita è riuscito a far conoscere i diversi aspetti della professione, le sue criticità e i dubbi che inevitabilmente accompagnano l’attività del chirurgo plastico. In altre parole a “professionalizzarla” dandone un’idea più vicina al reale.

La chirurgia plastica è infatti molto di più.

Come lo stesso De Vita ama ricordare ai suoi studenti e collaboratori, la chirurgia plastica ha la grande capacità di ridare ai pazienti l’autostima persa dopo gravi incidenti o malattie.

 

Prendendo spunto dal racconto delle diverse esperienze professionali avute da De Vita in Italia e all’estero ForumECM traccia un profilo del professionista e del formatore.

Il De Vita che viene fuori da questa intervista è un professionista di poche ma essenziali parole, non amante degli eccessivi vincoli e al tempo stesso un formatore che riconosce l’importanza della pratica e che considera l’aggiornamento continuo qualcosa più legato alla coscienza del professionista che un obbligo.

 

In diversi Blog è riportata una sua frase: “In un mondo dove l’immagine acquista ogni giorno maggiore importanza, la Chirurgia Plastica ha il compito di restituire il giusto equilibrio psicologico a coloro che lo hanno smarrito”. È per questo motivo che, dopo la laurea in Medicina e Chirurgia, ha deciso di intraprendere questa professione?

 

No, avevo deciso addirittura quando mi sono iscritto alla Facoltà di Medicina. Mi piaceva il fatto che grande spazio era dato al chirurgo nella scelta strategica della risoluzione da adottare.

 

È uno fra i più conosciuti chirurghi plastici in Italia. Ma la sua vita professionale è stata fin dall’inizio influenzata da esperienze internazionali. Infatti dopo aver conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione nel Regno Unito ha preso servizio presso il Queen Victoria Hospital di East Greansted, uno dei più prestigiosi centri di chirurgia plastica, che ha rappresentato il passaggio di formazione di molti tra i più importanti chirurghi plastici del mondo. Che ricordi ha di quel periodo e come considera, da docente e formatore, il metodo formativo degli altri Paesi di cui ha avuto esperienza diretta rispetto a quello italiano?

 

Dei ricordi meravigliosi. Una grande esperienza di vita e di lavoro. Il metodo formativo inglese ritengo sia ancora migliore del nostro perché la parte pratica, indispensabile per un chirurgo, è molto ben curata.

 

Le competenze di un professionista dovrebbero essere formate da un mix equilibrato di “Sapere”, “Saper fare” e “Saper essere”. Ovvero dall’insieme delle conoscenze che si acquisiscono con gli studi, dalla capacità di applicarle e da quelle caratteristiche personali, psicologiche-caratteriali e socio-culturali tali da acquisire la capacità di assumersi la responsabilità di agire o meno adottando il comportamento più appropriato. Nel panorama universitario si parla spesso dell’importanza della figura del tutor non solo nella fase iniziale dell’iter universitario ma soprattutto nell’orientamento successivo e nel post-laurea. Secondo lei nel percorso formativo di uno studente di medicina su quali di questi tre momenti è fondamentale la sua presenza? E su quali conoscenze - il Sapere, il Saper fare o il Saper essere - è determinante la sua influenza?

 

Il “Saper fare” e il “Saper essere” sono profondamente legati all’attitudine individuale e quindi scarsamente influenzabili. Mentre, per quanto riguarda il “Sapere”, esso è fortemente caratterizzato da chi affianca il chirurgo in formazione.

 

La professione medica è sempre stata considerata un connubio tra Arte e Scienza. Questo sembra avere ancora più valore per la sua disciplina dove alla scienza basata su metodi e tecniche riproducibili è strettamente legata l’arte, in quanto si presuppone che il chirurgo plastico sia dotato di una personale sensibilità per l’armonia delle forme e di una particolare capacità nel prevedere il risultato finale della propria azione. Considerando la formazione come il passaggio di conoscenza, di contenuti, di capacità, di modi di pensare e di modi di essere, secondo lei è possibile trasmettere agli studenti anche la propria sensibilità estetica?

 

Assolutamente no. I gusti sono personali sempre e comunque.

 

Oggi è considerato dalla Comunità professionale un punto di riferimento nel suo campo, vantando una casistica operatoria personale di oltre 10 mila interventi chirurgici eseguiti da primo operatore. Ma nel suo percorso di studi e nella sua carriera professionale sicuramente avrà avuto un maestro. Guardandosi indietro a chi riconosce questo ruolo? E se c’è stata qual è la lezione di vita più importante che le ha dato e che poi ha influenzato il suo modo di vedere la sua professione ed il suo modo di insegnare?

 

Sono tante le persone da cui ho ricevuto insegnamenti, e da ciascuna ho mutuato ciò che era più vicino al mio modo di pensare. Questo vale sia per la chirurgia che per l’insegnamento.

 

È autore di oltre 100 lavori scientifici pubblicati sia su riviste nazionali che internazionali. Qual è quello che ritiene più importante e perché lo considera tale?


Nessuno in particolare. Sono dei contributi di esperienza che mi auguro possano arricchire gli altri così come, quelli che leggo, arricchiscono spesso me.

 

Attualmente è a capo della Divisione di Chirurgia Plastica dell’Istituto dei Tumori di Roma Regina Elena. In genere si è soliti pensare al chirurgo plastico come al medico che si occupa di porre rimedio ai difetti del corpo umano al fine di migliorarne solo l’aspetto, mentre la disciplina è molto di più. Oltre ad essere una delle poche specializzazioni chirurgiche non “distrettuali” o di “apparato” è una branca della chirurgia che si propone di correggere e riparare non solo i difetti morfologici e funzionali ma anche ad esempio le perdite di sostanza di svariati tessuti sia congenite, che secondarie a traumi, ustioni, neoplasie o malattie degenerative. Lei si è spesso imposto al grande pubblico cercando di divulgare informazioni chiare e scientifiche sull’argomento. Come considera oggi l’informazione che i medici danno sul piccolo schermo? E ritiene che la comunicazione sia una materia sufficientemente considerata nel percorso universitario e post universitario del professionista sanitario?

 

Comunicare è un’arte difficile che nulla ha a che vedere con l’autopromozione. A mio avviso è molto importante far sapere, ma è soprattutto essenziale far veicolare le notizie in modo corretto e completo. Sarebbe interessante che diventasse materia di studio. Sono tante le cose da sapere sul come comunicare…

 

Oltre ad essere un rinomato chirurgo plastico è un volto noto sul piccolo schermo: è stato protagonista di una serie televisiva tutta italiana dal titolo “Diario di un chirurgo”. Cosa pensa della richiesta fatta dalla British Association of Aesthetic Plastic Surgeons (Baaps) nel vietare la pubblicità dei 'ritocchi' in tv e sulla stampa e nel condurre controlli annuali sui chirurghi plastici?

 

I controlli e i divieti li digerisco in assoluto con un po’ di difficoltà, ma è pur vero che troppo spesso esigenze di spettacolarizzazione fanno passare notizie errate o addirittura false e un controllo in tal senso sarebbe opportuno. Ma chi è deputato a farlo?

 

Oggi rispetto al passato un professionista può informarsi/aggiornarsi non solo attraverso i testi scientifici, le riviste e congressi ma dispone di una svariata serie di alternative. Tra queste sicuramente Internet. Accanto ai corsi svolti in aula o sul campo la Formazione a Distanza assume sempre maggiore rilevanza in termini d’uso da parte del professionista. Secondo la sua personale esperienza qual è la tipologia di evento formativo più efficacie nella sua disciplina?

 

Più dei congressi, certamente i corsi teorico-pratici, con un basso numero di partecipanti che consentono loro una partecipazione attiva e un alto grado di apprendimento.

 

Sono passati dieci anni dalla nascita del Programma nazionale ECM. Oggi la formazione continua si sta dirigendo verso strumenti, come ad esempio il dossier formativo, che ne assicurino la qualità. Nella sua disciplina quanto secondo lei l’ECM ha cambiato il modo di formare i professionisti nel suo settore?

 

Ritengo che Il Programma ECM non abbia cambiato per niente il modo di formare i professionisti: quelli coscienziosi hanno sempre girato e si sono aggiornati a prescindere da una legge che li obbligasse a farlo, mentre quelli “costretti”, il cui fine è la mera acquisizione dei crediti, si aggiornano senza un autentico interesse partecipativo.

 

Secondo fonti non istituzionali pare che ogni anno vengano effettuati in Italia circa mille interventi al seno su pazienti under 18. Con il via libera unanime da parte della Camera, è diventato legge il ddl che non solo vieta gli interventi a soli fini estetici sulle minori, ma dichiara tolleranza zero per quei chirurghi che dovessero contravvenire al divieto, introducendo pesanti sanzioni per gli stessi che non rispetteranno le norme: fino a 20 mila euro e 3 mesi di sospensione dell'attività. Ma la tutela dell’adolescenza non dovrebbe essere garantita dal buon senso dei genitori e dal codice etico del professionista sanitario? Secondo lei era necessaria una normativa a tale riguardo?

 

Non so chi abbia fornito questi dati, ma le posso garantire che sono assolutamente falsi e privi di ogni fondamento di credibilità. In Italia si vendono meno di 50.000 protesi all’anno e un terzo è destinato alla chirurgia ricostruttiva. Stimandolo per eccesso 18.000 sono quindi destinati all’estetica e considerando che ogni paziente ne impianta due, sono in tutto circa 9.000 pazienti, diciamo per ulteriore eccesso 10.000. Significherebbe che il 10% di queste pazienti è minorenne! Fatta questa precisazione, concordo perfettamente che il buon senso dei genitori dovrebbe tutelare i minori. Della legge in questione, alla cui stesura ho partecipato in qualità di tecnico, il punto saliente è in realtà rappresentato dall’istituzione di un Registro Nazionale delle protesi mammarie che servirà a monitorare la vita di un impianto. Questo significa in ultima analisi maggiore sicurezza per le pazienti.

 

Ogni anno vengono effettuati in Italia circa 85 mila interventi chirurgici per l’impianto di protesi mammarie di cui circa il 70 per cento è legato a motivi estetici e non ricostruttivi. Dopo lo scandalo PIP, attraverso l’istituzione di registri nazionali e regionali, secondo lei si riuscirà finalmente ad avere una sicura e reale tracciabilità delle protesi per monitorare in maniera precisa dove, quando e quali impianti mammari sono stati utilizzati?

 

Non è grazie allo scandalo PIP che ci riusciremo, ma proprio grazie alla legge di cui parlavamo, il cui punto fondamentale è la creazione del Registro Nazionale delle protesi mammarie. Si tratterebbe peraltro, del primo al mondo.

 

Considerata la sua esperienza internazionale cosa porterebbe di nuovo in Italia in termini di contenuti e metodologie formative?

 

Ritengo sia necessario aumentare l’attività pratica, indispensabile per chi vuole fare questo lavoro.

 

Lei si occupa anche di Alta Formazione, in quanto docente del Master di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica della Mammella presso l’Università degli studi di Genova e del Master di Dermatologia Plastica dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata. In base alla sua esperienza diretta, secondo lei viene dato il giusto spazio ai corsi di Alta Formazione nelle università e soprattutto il medico in Italia è culturalmente pronto a formarsi attraverso master e corsi?

 

Sulla base della mia esperienza diretta e dei feedback dei partecipanti le rispondo di sì ad entrambe le domande.

 

Oltre alle letture di interesse medico-scientifico, ha un genere ed un autore preferito e quale libro sta leggendo in questi giorni?

 

Leggere libri “tradizionali” è una cosa che faccio solo quando sono in vacanza. Il tempo è talmente poco che la lettura è dedicata solo agli articoli scientifici.

 

Considerati i suoi diversi impegni professionali ed accademici le rimane del tempo libero da dedicare ad altre passioni?

 

Poco, ma mi rimane. Mi diverte molto ad esempio montare video che è una cosa che richiede tantissimo tempo. Lo faccio la sera tardi e lo trovo estremamente rilassante.

 

 

gennaio 2013



PRECEDENTI ARTICOLI