Stampa Articolo

Suggerisci ad un amico

FORMATORI DI ECCELLENZA

Andrea Lenzi

Verso un trasferimento tecnologico del sapere

 

 

Prof. Andrea Lenzi

Commissione Nazionale per la Formazione Continua

Università degli studi di Roma “Sapienza”

Consiglio Universitario Nazionale


Ipse dixit

Non vi è dubbio che la formazione a distanza rappresenti un modello ideale di didattica fruibile, flessibile e a basso costo. Tuttavia (…) ho compreso che per mettere in atto una buona formazione a distanza, così come la didattica in genere, bisogna dapprima lavorare sulla "formazione dei formatori". È questo il lungo lavoro intrapreso da molte Università Italiane e dalla Commissione Nazionale che si è data appunto come obiettivo principale quello di riuscire a mettere in atto un vero trasferimento tecnologico del sapere dapprima facendo ricerca e poi operando il trasferimento delle esperienze. L’innovazione didattica è la sfida di ogni giorno per tutti i Docenti e lo sviluppo della FAD e la maggiore e più semplice trasferibilità delle conoscenze tramite essa, fa parte di questa sfida.

 

Inbox

Notes

Chronic Inhibition of cGMP

phosphodiesterase 5A improves

diabetic cardiomyopathy:

a randomized, controlled

clinical trial using magnetic

resonance imaging with

myocardial tagging...

(continua a leggere)

 

ForumECM dedica questo numero a Andrea Lenzi, Professore Ordinario di Endocrinologia presso l’Università degli studi Sapienza di Roma, Presidente del Consiglio Universitario Nazionale e Membro della Commissione Nazionale per la Formazione Continua.

 

Un esperto nel suo campo, un Formatore di Eccellenza nelle aule universitarie e non solo. Dopo essere stato delegato dal Rettore per l’e-learning, dal 2008 coordina la seconda Sezione della Commissione Nazionale per la Formazione Continua: Ricerca e Trasferimento tecnologico per le innovazioni della didattica a distanza.

 

Da sempre convinto che il futuro è ricerca, innovazione tecnologica e comunicazione ha fatto suoi questi strumenti utilizzandoli nel campo medico-scientifico, nella didattica e con i suoi pazienti.

 

La ricerca dell’eccellenza- come lui la definisce- è stata la sua vera sfida, il motore che gli ha permesso di esplorare nuovi percorsi e nuove discipline nell’ambito dell’Endocrinologia ovvero l’Andrologia e la Medicina della Riproduzione.

 

Estremo sostenitore del “made in Italy” per quanto concerne Ricerca e Formazione dei giovani medici, ha una visione positiva del sistema italiano in campo medico-scientifico e universitario nonostante le sue note problematiche.

Capace di vedere oltre e di cogliere il lato positivo di ogni cosa, doti fondamentali per un ricercatore, Lenzi crede che gli ostacoli imposti dal sistema in qualche modo possano rappresentare una marcia in più per i nostri professionisti, uno stimolo verso la ricerca di soluzioni innovative con i pochi mezzi a disposizione.

Insomma anche per Lenzi la “strada in salita” sembrerebbe la migliore.

 

Dopo la Laurea in Medicina e Chirurgia, si è prima specializzato in Endocrinologia e successivamente in Andrologia e poi in Fisiopatologia della Riproduzione Umana. Le scelte dei percorsi universitari rispondono, nella maggior parte dei casi, al desiderio di seguire i propri interessi e le proprie naturali predisposizioni, soprattutto in discipline così specialistiche come la medicina. Cosa l’ha spinta ad intraprendere questo percorso?

 

Credo che i motivi delle mie scelte di ragazzo siano rimasti i medesimi di adesso: la ricerca dell’eccellenza, la curiosità e la ricerca del nuovo. L’eccellenza è stata sicuramente rappresentata dal diventare endocrinologo. La Società Italiana di Endocrinologia è tra le società scientifiche che vantano il più alto numero di Top Italian Scientists, il prestigioso elenco di coloro che hanno meglio illustrato la scienza italiana. L’asticella da superare per diventare professore di endocrinologia è tra le più alte d’Italia. Anche questo vuol dire eccellenza. Ma poi c’era e c’è il desiderio di esplorare nuovi territori scientifici. L'endocrinologia è una Scienza che alla fine degli anni '70 era ancora, in Italia, in larga misura da inventare. Ecco allora la scelta, nell'ambito dell'endocrinologia, di due discipline nuovissime e di frontiera, l’Andrologia e la Medicina della Riproduzione. Come formatore mi sono proprio "formato" sulle caratteristiche uniche, originali ed innovative, di queste discipline: l’essere “ponte” di tanti diversi saperi; dico frequentemente che l'endocrinologo è uno degli ultimi internisti per la sua visione olistica del paziente. Vorrei che questo eclettismo di conoscenze, preziosissimo in tempi di ultraspecializzazione e di estrema settorializzazione dei saperi, si trasferisca a coloro che sto formando, e che sono il mio vero obiettivo: i miei allievi.

 

Il suo percorso professionale le ha visto fare diverse esperienze all’estero. In particolare alla Burn Hall Clinic di Cambridge con il premio Nobel Robert Edwards e all’Istituto Pasteur di Parigi. Due realtà diverse inserite in due sistemi universitari, di ricerca e di assistenza che presentano differenze anche sensibili rispetto al nostro. Che ricordi ha di quel periodo e come considera, da docente e formatore, i metodi formativi di questi Paesi rispetto a quello italiano?

 

Per tutti i giovani ricercatori, l’esperienza all’estero rappresenta uno dei momenti più intensi e interessanti della propria vita professionale. La possibilità di confrontarsi con i migliori esperti internazionali è fondamentale per un giovane in formazione. La mia esperienza all’estero riguarda centri clinici e di ricerca, per cui quello che ho potuto valutare è la qualità del prodotto finale del processo formativo del nostro Paese - laureato, specializzato, dottorato - rispetto a quello di altre nazioni. Avendo lavorato in paesi con tradizioni didattiche molto diverse dalle nostre, posso affermare che il livello medio del laureato italiano non è certamente inferiore ai suoi omologhi stranieri. Questo ancor più vero oggi, perché il vecchio difetto della formazione medica italiana di essere più legata alla teoria che alla pratica, con il nuovo assetto della Facoltà di Medicina e delle scuole di specializzazione è stato definitivamente emendato. Mi piace anche sottolineare il fatto che il nostro laureato ha, forse, una marcia in più nel sapersi districare in situazioni complesse: un vantaggio derivato dall’ essere stato meno “coccolato” del suo omologo straniero da parte dell’istituzione italiana. Negli ultimi dieci anni come coordinatore della Conferenza dei Presidenti dei Corsi di Laurea Magistrale di Medicina e Chirurgia ho avuto modo di studiare e visitare i sistemi formativi pre laurea di molti Paesi e ritengo di poter affermare che poche nazioni hanno applicato i sistemi di verifica della qualità meglio del nostro: basti ricordare le applicazioni delle site visit e dei progress test che caratterizzano appunto i nostri Corsi di Laurea Magistrale in Medicina.

 

Professore Ordinario di Endocrinologia, Presidente del Corso di laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi Sapienza di Roma e Direttore dell’Unità Organizzativa Complessa di Andrologia, Fisiopatologia della Riproduzione e Diagnosi Endocrinologiche del Policlinico Umberto I di Roma. Una brillante ma sicuramente faticosa carriera accademica e professionale. Nel suo iter universitario e nel suo successivo percorso professionale sicuramente avrà avuto un maestro. Guardandosi indietro a chi riconosce questo ruolo e come ha influenzato il suo modo di insegnare?

 

Nella storia di noi endocrinologi ed andrologi ci sono sicuramente fil rouge comuni. Uno di questi è stato il Prof. Carlo Conti, titolare della prima Cattedra di Endocrinologia italiana, il primo a parlare di ipogonadismo maschile nel 1953 - forse non a caso, l’anno della mia nascita- maestro di coloro che saranno poi i miei maestri: il Prof. Aldo Isidori e il compianto Prof. Franco Dondero. Da loro ho imparato a centrare l'insegnamento sulle evidenze, a scapito delle “opinioni” che erano il cavallo di battaglia dei così detti “baroni” di un tempo. E poi vorrei aver imparato, ma non posso essere io a dirlo, la loro correttezza, signorilità e senso delle Istituzioni.

 

Dal 1995 al 2009 è stato Componente della Commissione di valutazione e finanziamento della Ricerca Scientifica della Sapienza e nel 2008 Delegato del Ministro dell’Istruzione Università e Ricerca nella Commissione per la Ricerca Sanitaria. Come vede oggi la Ricerca in Italia e quali sono secondo lei le differenze rispetto all’estero?

 

La Ricerca in Italia sicuramente è viva e vitale. In particolare lo è quella biomedica e sanitaria. Lo dimostrano la numerosità delle pubblicazioni e dei prodotti della ricerca scientifica italiana, che in proporzione agli investimenti sia pubblici che privati ed alle risorse umane impiegate, sono ai livelli più alti della competizione internazionale. La Ricerca italiana manca certamente di risorse finanziarie adeguate e di una serie di facilities organizzative e strutturali adeguate alla sfida globale. Dal canto suo il ricercatore italiano deve imparare a competere e confrontarsi con tutti gli strumenti messi a disposizione compresa la capacità di valorizzare la propria produzione in senso di trasferimento tecnologico e delle conoscenze e di ricerca traslazionale.

 

Professore universitario, Presidente del Consiglio Universitario Nazionale, organo elettivo di rappresentanza del sistema universitario nonché Membro della Commissione Nazionale per la Formazione Continua. Una posizione privilegiata per interpretare le necessità formative dei professionisti sanitari. Secondo lei quali, in cosa eccellono e in cosa andrebbero migliorate le nostre università, in particolare quelle sanitarie? In altre parole cosa adotterebbe in termini di metodologie ed organizzazione?

 

È un discorso articolato e complesso. La “materia grezza” dei professori e dei ricercatori italiani è eccellente. In tutte le mie esperienze all’estero i capi-laboratorio facevano a gara per avere giovani scienziati italiani. Pur con tutti i suoi difetti e riforme iniziate e non concluse la Formazione universitaria italiana prepara laureati che ben difficilmente sono inferiori ai loro colleghi stranieri. L'unico difetto di questa "fuga dei cervelli" è il bilancio decisamente negativo per il sistema Paese tra ricercatori emigrati e ricercatori immigrati: la nostra attrattività nei confronti del giovane ricercatore straniero, specie per i Paesi in via di sviluppo, deve diventare adeguato per un sistema formativo e di ricerca veramente internazionale. Comunque contrariamente al pensiero collettivo, autodenigratorio, gli italiani hanno una preparazione “media” migliore di tanti altri. Certo sono ancora poche le “eccellenze” didattiche, ma non so quanto sia vincente per il sistema Paese puntare tutto su pochissime istituzioni e abbandonare al degrado la formazione in periferia. È una scelta che è stata fatta altrove, noi possiamo fare di meglio, non solo sul piano metodologico, quanto, soprattutto, su quello organizzativo.

È autore di quasi 600 lavori scientifici pubblicati sia su riviste nazionali che internazionali. Ognuno rappresenta il punto intermedio o finale di un percorso di ricerca. Qual è quello che ritiene più importante e perché lo considera tale?

I molti lavori da me prodotti, tutti legati a vari momenti della mia storia scientifica, rendono veramente quasi impossibile la scelta. Dirò quindi quello che considero essere il lavoro scientifico più significativo fra i più recenti. Questo lavoro è stato pubblicato quest’anno sulla rivista Circulation -una delle riviste più prestigiose a livello internazionale- ed è intitolato “Chronic Inhibition of cGMP phosphodiesterase 5A improves diabetic cardiomyopathy: a randomized, controlled clinical trial using magnetic resonance imaging with myocardial tagging.” Riguarda lo studio che si è svolto presso il mio Dipartimento con la collaborazione dei Dipartimenti di Radiologia e Cardiologia dell’Università degli studi Sapienza di Roma e ha coinvolto un gruppo multidisciplinare di giovanissimi ricercatori. Lo studio che abbiamo condotto su una popolazione di pazienti diabetici “sani” dal punto di vista cardiovascolare, ha permesso di identificare per la prima volta le caratteristiche di una patologia che prende il nome di Cardiomiopatia Diabetica e che insorge precocemente nel paziente diabetico, anche in assenza di coronaropatia o ipertensione e che conduce a scompenso cardiaco e a morte il paziente diabetico stesso. Attraverso studi di cinetica cardiaca effettuati mediante tecniche avanzate di Cardio- Risonanza Magnetica, abbiamo dimostrato che il cuore del paziente diabetico asintomatico si contrae peggio e ruota di più attorno al proprio asse maggiore e che proprio la patologia diabetica costituisce il primum movens di questo processo di rimodellamento adattativo patologico del cuore. Abbiamo poi trattato i pazienti con sildenafil, inibitore della fosfodesterasi di tipo 5, o placebo per tre mesi consecutivi, dimostrando che l’inibizione cronica della PDE5A esercita un effetto anti-rimodellamento cardiaco. Infatti, i pazienti trattati con sildenafil mostravano un miglioramento della contrazione e una conseguente riduzione dell’angolo di torsione. Il fascino di questa ricerca risiede non solo nel suo impatto scientifico ma nel fatto che tutto il gruppo dei ricercatori che hanno co-firmato il lavoro con me è compreso tra i 30 e i 40 anni: un vero esempio di giovani ricercatori già affermati sulla platea internazionale.

 

Il Programma nazionale ECM compie quest’anno 10 anni. Dal 2008 è Membro della Commissione Nazionale per la Formazione Continua. Oggi la Formazione Continua si sta dirigendo verso strumenti, come il dossier formativo, che dovrebbero assicurarne la qualità. Quanto secondo lei l’ECM ha cambiato il modo di formare i professionisti nel suo settore? E cosa ancora c’è da fare per migliorare il Sistema ECM?

 

Il Sistema ECM italiano è sicuramente uno dei più avanzati del mondo anche per la numerosità dei professionisti e delle professioni sanitarie coinvolte. La Commissione Nazionale per la Formazione Continua ha svolto un'opera di aggiornamento e rilancio che in questi ultimi quattro anni ha trasformato il sistema rendendolo adeguato ai tempi, passando dall'accreditamento dei corsi a quello dei provider. Questo sistema trova la mia totale approvazione in quanto è omologo al sistema universitario dove è l'Ateneo che è accreditato a rilasciare i titoli dei corsi svolti dai suoi docenti. Quello che è necessario ora è dare flessibilità al Sistema, rendendolo facilmente e continuamente adeguato alle richieste ed alle necessità del nostro eccellente Sistema Sanitario.

Dal 2005 al 2008 è stato delegato dal Rettore della Sapienza per l’e-learning e dal 2008 è Coordinatore della II Sezione della Commissione Nazionale per la Formazione Continua: Ricerca e Trasferimento Tecnologico per le innovazioni nella didattica a distanza. E proprio la Sezione da lei coordinata presenterà, tra qualche giorno, a Cernobbio, il Bando 2012 sulla sperimentazione di nuove metodologie formative. La Formazione in Italia è però ancora poco innovativa, con una netta prevalenza degli eventi svolti in aula e sul campo ed una Formazione a distanza relegata ad un ruolo comprimario, se è vero che solo il 3% degli eventi sono FAD. Questo stride con le caratteristiche proprie della FAD, ovvero costi ridotti ed una maggiore fruibilità, che dovrebbero spingere il professionista ad utilizzarla con maggior frequenza. Come spiega questa situazione? E quali gli obiettivi del nuovo Bando?
 

Non vi è dubbio che la formazione a distanza rappresenti un modello ideale di didattica fruibile, flessibile e a basso costo. Tuttavia, in questi anni di lavoro, dapprima come delegato e-learning di un grande Ateneo e poi come coordinatore della II Sezione della Commissione Nazionale per la Formazione Continua, ho compreso che per mettere in atto una buona formazione a distanza, così come la didattica in genere, bisogna dapprima lavorare sulla "Formazione dei formatori". È questo il lungo lavoro intrapreso da molte Università Italiane e dalla Commissione Nazionale che si è data appunto come obiettivo principale quello di riuscire a mettere in atto un vero trasferimento tecnologico del sapere, dapprima facendo ricerca e poi operando il trasferimento delle esperienze. L’innovazione didattica è la sfida di ogni giorno per tutti i Docenti e lo sviluppo della FAD e la maggiore e più semplice trasferibilità delle conoscenze tramite essa, fa parte di questa sfida. Il nuovo bando che verrà presentato a Cernobbio si prefigge di lavorare prevalentemente sull'output, in termini di qualità della capacità formativa delle varie tipologie di ECM, con particolare attenzione alla qualità della formazione attraverso la FAD.

 

Caliamo discorsi generali sulla formazione nello specifico della sua professione. Nel suo campo professionale qual è la tematica sulla quale ritiene ci sia oggi maggiore necessità di formazione per il personale medico e sanitario?
 

Non ho dubbi sul fatto che il medico italiano non sia ancora sufficientemente formato sulle tematiche della prevenzione in andrologia, medicina della riproduzione e della sessualità. Sono ancora pochissime le scuole di medicina (non solo qui in Italia: se Atene piange, Sparta certo non ride!) che insegnano che la salute riproduttiva e sessuale sono parte imprescindibile della salute generale dell’individuo e della coppia, come d’altronde insegna l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Consideri che ancora oggi molti medici di medicina generale e, ahimè, anche molti medici specialisti in branche molto vicine all'endocrinologia, non chiedono ai loro pazienti notizie anamnestiche su argomenti di tipo andrologico che vengono considerate inutili, specie per soggetti che hanno superato una certa età. Al contrario, come è ormai ampiamente dimostrato, la sessualità e la capacità riproduttiva di un individuo, sono la spia più indicativa del suo stato di salute generale. Da questo punto di vista le Società Scientifiche che si occupano di queste problematiche stanno facendo un enorme lavoro di sensibilizzazione.

 

Considerata la sua esperienza internazionale cosa porterebbe di nuovo in Italia in termini di contenuti e metodologie formative?

 

Certamente la disponibilità strumentale e la possibilità di e-learning e di formazione a distanza. In Italia dobbiamo ancora alzare il livello metodologico. Peraltro molte Società Scientifiche, tra l’altro anche quella che rappresento, la mia casa madre, la Società Italiana di Endocrinologia, hanno iniziato quest’anno dei programmi di FAD che credo verranno apprezzati dai medici che ne vorranno usufruire. Nei corsi di laurea ma anche nei corsi ECM non porterei invece l’eccesso di test scritti, in genere a risposta multipla, a sostituzione della valutazione mediante colloquio. Mi sto rendendo conto che stiamo formando legioni di studenti “afoni”, incapaci di parlare e di presentare le loro idee.

Oltre che di Formazione universitaria, lei si occupa anche di Formazione post specialistica. Tra le altre cose è Direttore del Master di Andrologia presso l’Università degli studi Sapienza di Roma. In base alla sua esperienza secondo lei l’Alta formazione medica è di qualità e quantità corretta e soprattutto il medico è in Italia culturalmente pronto a formarsi attraverso Master e corsi?
 

Certamente sì, soprattutto se la politica attiverà il progetto iniziale di una formazione di III livello compiuta, che integri specializzazioni, dottorati e master. In particolare i Master italiani non sono attualmente “professionalizzanti”, nel senso che il titolo da loro rilasciato è esclusivamente curriculare e non è in grado di integrare le capacità professionali certificate del professionista. Solo offrendo titoli in grado di aumentare, anche legalmente, lo spessore professionale dello studente disporremo di un sistema educativo completo e ci avvicineremo di più a quanto accade in altri Paesi europei. Un esempio del tutto recente in questo senso è quello del Master in Cure Palliative e Terapia del Dolore, normato per legge con ordinamenti nazionali prodotti in collaborazione con il Ministero della Salute e da quello dell'Università e che rilascia un titolo valido per lavorare all'interno delle specifiche strutture sanitarie.

 

È autore di oltre 100 tra trattati, manuali, capitoli di libri e monografie. Oltre alle letture di interesse medico-scientifico, ha un genere ed un autore preferito e quale libro sta leggendo in questi giorni?

 

Purtroppo il tempo delle vacanze è trascorso, e con quello l’evasione nei miei autori preferiti. In questo periodo ho talmente tanti impegni da potermi permettere molto di rado il lusso di leggere romanzi, biografie e libri storici. Nonostante ciò in questi giorni sto finendo di leggere il bellissimo libro di Renè Girard “Geometrie del Desiderio”, in cui l’autore, che credo sia ormai vicino ai novant’anni, ha fatto una summa dei suoi vecchi, ma attualissimi, lavori degli anni ‘50 e ‘60 sulla sua teoria del desiderio messo in moto da quello altrui, da Paolo e Francesca a Romeo e Giulietta alla vita di tutti noi, di tutti i giorni.

 

Una carriera così intensa porta probabilmente a rinunciare a qualche passione. Soprattutto quelle che richiedono un grande impegno di tempo e risorse mentali. Quali invece sono riuscite a resistere in lei nonostante il poco tempo libero?

 

Continuo a coltivare, come un bene prezioso, l’amicizia. A questa passione, come lei la chiama, non saprei proprio rinunciare. E siccome la dimensione conviviale è parte centrale del rapporto amichevole, mi considero un estimatore della buona tavola e di un buon bicchiere di vino.

 

 

12 ottobre 2012



PRECEDENTI ARTICOLI