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L'OPINIONE

Sergio Pecorelli

L’esperienza di una figura poliedrica al servizio del mondo sanitario

 

 

Sergio Pecorelli

Presidente del Consiglio di Amministrazione dell'AIFA

Agenzia Italiana del Farmaco

Words

Uno degli aspetti più interessanti dell’evoluzione della formazione continua in medicina è la crescente consapevolezza dei professionisti sanitari della necessità di svolgere un percorso di crescita complessivo, che si traduca davvero in un valore aggiunto nella qualità del rapporto umano e professionale con il paziente

I nuovi canali “virtuali” della formazione integrano, senza sostituirli, i canali tradizionali. Oggi non c'è medico che non utilizzi le nuove tecnologie, il computer, il web, per ottenere quotidianamente le informazioni di cui necessita. Avere a disposizione, come avviene adesso, programmi di formazione a distanza scientificamente qualificati e interattivi rappresenta certamente una novità positiva e un’opportunità in più per i professionisti sanitari. Tuttavia non può sostituire interamente il rapporto docente/discente

 

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Prof. Sergio Pecorelli

Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’AIFA

 

L’Opinione di questo numero di ForumECM è quella di Sergio Pecorelli, Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).

 

ForumECM ha scelto di intervistarlo non solo per l’importante ruolo da lui attualmente ricoperto a capo dell’AIFA ma anche per la grande esperienza maturata come professore e Rettore dell’Università degli studi di Brescia.

 

Numerose sono le attività svolte da Pecorelli sia a livello istituzionale che scientifico e sicuramente elencandole ce ne perderemmo qualcuna. Impegni che comunque non gli impediscono di perseguire la sua iniziale vocazione di medico, caratterizzata da un’intensa attività clinica e di ricerca che vede oltre 6.000 interventi chirurgici, prevalentemente oncologici, ed oltre 300 pubblicazioni scientifiche.

 

Tutto questo fa di Pecorelli un attento conoscitore del Sistema sanitario e del mondo universitario italiano. Sistemi che nei suoi numerosi interventi pubblici analizza con grande lucidità e competenza accompagnando spesso le sue analisi con quella giusta dose di ironia che lo rende sempre anche un piacevole oratore.

 

Dal 2009 è Presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco. In questi ultimi anni l’Agenzia ha dato un chiaro impulso alla propria attività di collaborazione con enti e organismi internazionali, come nel caso dei progetti che la vedono oggi collaborare con la Food and Drug Administration (FDA) e l’European Medicines Agency (EMA). Questo anche perché in un settore come quello farmaceutico, che non conosce frontiere, le attività delle agenzie nazionali non possono prescindere da un loro coordinamento a livello europeo e internazionale. Coordinamento che presenta complessità e problematiche. Quali, in tal senso, gli obiettivi di medio e lungo periodo dell’AIFA?

 

Negli ultimi anni l’AIFA ha accresciuto la sua presenza e la sua autorevolezza anche oltre confine e ha intensificato le relazioni internazionali allo scopo di approfondire le opportunità di collaborazione e di promuovere il dialogo con le Istituzioni che operano a tutela della Salute, soprattutto nell’ambito dei farmaci. Tra le iniziative più recenti, voglio ricordare gli incontri bilaterali svolti in sede con i rappresentanti della Health Sciences Autority (HSA) di Singapore e della Therapeutic Goods Administration (TGA) australiana, ma anche una serie di accordi, protocolli d’intesa e memorandum con il Ministero della Salute e l’Agenzia del Farmaco giapponesi, la FDA statunitense, il Ministero della Sanità Albanese (MSA) e con le Agenzie di Malta e dei Paesi Bassi. La collaborazione con partner internazionali si è sviluppata anche attraverso la partecipazione di delegati AIFA alle riunioni ed alle attività di alcuni rilevanti organismi internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 

L’obiettivo per il futuro è proseguire su questa strada e rendere tali relazioni sempre più efficienti e produttive, perché senza una comune strategia, senza strumenti normativi e operativi condivisi, regolare e vigilare su una materia così complessa e delicata, come quella che ruota attorno al pianeta farmaco, risulta difficile e spesso improduttivo.

 

Alla base della scelta della professione medica vi è la profonda consapevolezza di “sposare” una materia che, come tutte quelle scientifiche, vive un percorso caratterizzato da continue evoluzioni. Sia nelle conoscenze che nelle tecniche. Per questo motivo nasce la necessità di un aggiornamento continuo. In una sua precedente intervista ha dichiarato che la formazione continua ha grande rilevanza in tutti i sistemi sanitari del mondo, ma tutto dipende da come la si intende. Noi siamo stati tra i Paesi all’avanguardia nella formazione continua in medicina, optando anche per la sua universalità rispetto alle professioni sanitarie. A dieci anni dalla sua nascita quali crede siano stati i meriti del Programma nazionale ECM e i cambiamenti più rilevanti che questo ha generato nel sistema sanitario?

 

La formazione continua per le professioni sanitarie riveste grande importanza in tutto il mondo. Anche l’Italia ha avviato un proprio percorso e oggi ha alle spalle 10 anni di esperienza in questo campo. Uno degli aspetti più interessanti dell’evoluzione della formazione continua in medicina è la crescente consapevolezza dei professionisti sanitari della necessità di svolgere un percorso di crescita complessivo, che si traduca davvero in un valore aggiunto nella qualità del rapporto umano e professionale con il paziente.

 

L’evoluzione da lei accennata ha apportato sicuramente dei cambiamenti in positivo in termini di qualità della preparazione del professionista con conseguente beneficio per il paziente. Tuttavia il Sistema ECM presenta ancora delle problematiche, dovute principalmente alla sua intrinseca complessità e al numero di soggetti coinvolti, tra i quali l’Industria farmaceutica. Quale pensa sia la sua maggiore criticità e come pensa si possa migliorare il sistema?

 

Senza dubbio si tratta di un sistema complesso, che coinvolge attori e interessi diversi, destinati necessariamente a convergere senza tuttavia sovrapporsi e creare conflitti. È fondamentale quindi garantire la massima trasparenza nelle procedure, rispettare le norme che tutelano dai rischi di potenziali conflitti d’interesse, puntare sulla qualità dei contenuti e dei metodi di insegnamento/apprendimento, sperimentando nuove forme di coinvolgimento dei professionisti sanitari e sfruttando in pieno le opportunità offerte dalle nuove tecnologie informatiche.

 

A proposito delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie informatiche, oggi la formazione in medicina se ne avvale anche per garantire una maggiore fruibilità del prodotto formativo con evidenti risparmi nei costi. Tuttavia ciò porta a ridurre, o in alcuni casi a cancellare, l’interazione tipica del rapporto docente/discente. Questo è una delle caratteristiche della Formazione a Distanza. Sulla base della sua esperienza di professore e di formatore come valuta la FAD?

 

I nuovi canali “virtuali” della formazione integrano, senza sostituirli, i canali tradizionali. Oggi non c'è medico che non utilizzi le nuove tecnologie, il computer, il web, per ottenere quotidianamente le informazioni di cui necessita. Avere a disposizione, come avviene adesso, programmi di formazione a distanza scientificamente qualificati e interattivi rappresenta certamente una novità positiva e un’opportunità in più per i professionisti sanitari. Tuttavia non può sostituire interamente il rapporto docente/discente.

 

Parlare di rapporto docente/discente ci porta a parlare di formazione universitaria. La sua duplice veste di Professore e di Rettore (ndr Professore Ordinario di Clinica Ostetrica e Ginecologica e Rettore dell’Università degli studi di Brescia) le permette, sicuramente, di avere anche una chiara idea di cosa oggi l’Università offra allo studente in campo sanitario e in che modo lo offra. In altre parole delle caratteristiche e della qualità dell’offerta formativa. Ritiene che l’attuale sistema universitario italiano sia in grado di formare i giovani professionisti sanitari in modo corretto rispetto alle esigenze della medicina?

 

Di recente il legislatore è intervenuto più volte sul percorso formativo in Medicina con l’intenzione di razionalizzarlo ed allinearlo agli standard europei. Alcune novità importanti sono state introdotte e vanno in direzione di un’accelerazione dell’iter formativo al fine di agevolare l’inserimento lavorativo. Non dimentichiamo che, secondo le stime più aggiornate, nel 2025 in Italia mancheranno all'appello 40 mila medici.

 

Nelle Scuole di Specializzazione, rispetto a qualche anno fa, gli studenti iniziano prima a fare pratica. Credo però che le ore dedicate all’apprendimento dovrebbero essere di gran lunga maggiori rispetto a quelle previste oggi. I medici che frequentano le Scuole di Specializzazione in Italia dedicano 36 ore settimanali a questa attività, mentre ad esempio negli Stati Uniti il numero di ore supera le 80. Andrebbe trovato un compromesso.

 

Purtroppo osserviamo con grande preoccupazione la diminuzione dei fondi statali per le borse di specializzazione che genera due problemi: da una parte la difficoltà immediata per i neo-laureati in medicina di accedere alle Scuole di Specializzazione, per altro indispensabili per la successiva professione. Dall’altra la diminuzione, tra qualche anno, del numero di specialisti disponibili sul territorio nazionale, con la possibile conseguenza di dover attingere al mercato estero, il cui valore non è sempre conosciuto.

 

Rimanendo sempre in tema di formazione, ritiene che gli attuali corsi e Master su tematiche inerenti la sperimentazione di farmaci siano sufficientemente diffusi sul territorio italiano e adeguatamente organizzati a preparare i professionisti sanitari?

 

Sicuramente il proliferare di Master, Scuole di Specializzazione e corsi sta contribuendo alla diffusione della cultura, almeno tra gli operatori del settore. Sarà importante estendere questi concetti fondamentali anche alla popolazione generale e ai malati, parliamo del cosidetto empowerment del paziente, attraverso programmi semplici e di grande impatto comunicativo. Solo così potremo contribuire all’innalzamento generale della “cultura della ricerca” in questo Paese. Non dimentichiamoci che l’Italia si è sempre distinta, fornendo al mondo intero e alla storia, alcuni tra i ricercatori più importanti che hanno contribuito in modo superlativo al progresso della scienza umana!

 

Le sue doti comunicative sono ben note. Ma possiamo dire che la capacità di comunicare efficacemente non è la “norma” per il professionista sanitario, per il quale è spesso data per scontata. Un errore che scontano gli utenti, soprattutto laddove il professionista svolga specifiche attività che lo portano a trattare delicati temi come l’incurabilità della malattia, come nel caso dell’oncologo. La ragione sta nel fatto che nel percorso universitario del professionista sanitario, che al contrario di altri professionisti svolge la propria attività a contatto con l’utente e nella maggior parte dei casi in equipe, è tralasciato lo studio delle tecniche di comunicazione interpersonale. Quale l’opinione di chi come lei sa comunicare probabilmente per doti naturali ma che sicuramente nota nella quotidianità questa mancanza in colleghi e studenti?

 

Le competenze e le abilità nella comunicazione e nella gestione delle relazioni interpersonali dovrebbero far parte del bagaglio professionale e deontologico del medico. Anche di questo dovrebbe occuparsi in modo attivo la formazione fin dagli anni dell’Università.

 

La Ricerca di base e applicata alla clinica, nel campo della ginecologia oncologica, ha sempre occupato un posto fondamentale nel suo percorso professionale, che lo ha visto ricoprire numerosi incarichi a livello internazionale. Per nove anni è stato Presidente del Gruppo Europeo per la ricerca e il trattamento dei tumori ginecologici e attualmente coordina il progetto di ricerca sull’allestimento di vaccini anti-tumorali presso l’Università di Brescia e la Yale University e il Gruppo Tumori dell’Ovaio del Progetto Proteomica nell’ambito dell’accordo Italia-USA del Ministero della Salute. Spesso si sarà trovato a “spiegare” ad un collega straniero come oggi si faccia ricerca in Italia. Quali sono le maggiori differenze rispetto all’estero e le maggiori criticità che deve affrontare un giovane ricercatore italiano? Ma anche quali sono gli aspetti positivi, se esistono, del nostro sistema di finanziamento e gestione della Ricerca?

 

La ricerca italiana, in mezzo a mille difficoltà, ha sempre contribuito in modo significativo ad accrescere la conoscenza della comunità scientifica internazionale. Sicuramente molto si potrebbe fare per collegare in modo migliore la ricerca di base e la ricerca clinica, in quell’ottica di traslazionalità che tutti i Paesi coinvolti nella ricerca si sforzano di perseguire.

 

Nonostante l’Italia non sia al top nello scenario internazionale per il finanziamento della ricerca, numerose sono le iniziative di supporto alla ricerca indipendente. Mi riferisco, per esempio, ai Bandi di Ricerca dell’AIFA, ai Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN) del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, ai Bandi di Ricerca del Ministero della Salute e ai Programmi dell’Unione Europea. Questi ultimi sono praticamente gli unici che permettono a un nostro ricercatore di avere finanziata una ricerca di valore e al tempo stesso di vedere remunerato il proprio know-how.

 

Oltre a coordinare e gestire l’Osservatorio Nazionale sulle Sperimentazioni Cliniche, l’AIFA è stata, in ambito di ricerca e sviluppo, la prima agenzia dei medicinali in Europa ad inserire fra i suoi compiti istituzionali la promozione della ricerca indipendente sui farmaci. Da cosa nasce questa iniziativa e in che cosa consiste? Quali sono state le maggiori difficoltà riscontrate, i risultati fino ad oggi raggiunti e quali gli obiettivi dell’Agenzia in tale ambito?

 

Nella legge istitutiva dell’AIFA si è voluto giustamente introdurre un elemento innovativo, rappresentato dal supporto alla ricerca indipendente. In altre parole, si è cercato di sostenere quei progetti che non potevano incontrare l’interesse delle Aziende farmaceutiche come, per esempio, nelle malattie rare oppure nei confronti diretti tra farmaci per la stessa malattia.

 

Nel corso di cinque differenti bandi, abbiamo sostenuto oltre 200 progetti con un impegno economico che sfiora i 100 milioni di euro. In molti casi, alla conclusione del progetto è seguita una pubblicazione sulle più importanti riviste scientifiche internazionali. Adesso stiamo analizzando i dati generali raccolti finora ed a breve comunicheremo a tutta la comunità scientifica gli esiti di tale analisi.

 

L’AIFA è pure impegnata nella ricerca legata alle scienze regolatorie, con progetti quali ad esempio “la qualità dei farmaci”.

 

Parliamo ora di sperimentazione clinica. Attualmente essa prevede la partecipazione di molti operatori ai quali competono responsabilità e ruoli distinti, ognuno di fondamentale importanza per garantire una gestione della ricerca corretta e conforme alle norme di riferimento. In quest’ambito all’Agenzia Italiana del Farmaco compete un ruolo fondamentale di raccordo e di indirizzo. Quali pensa siano i correttivi di controllo e di sistema che sia oggi necessario introdurre per sostenere e sviluppare ulteriormente il settore delle sperimentazioni cliniche?

 

Con una recente normativa, la Legge 189/2012, sono stati introdotti dei cambiamenti significativi. La centralizzazione dell’Autorità competente, adesso presso l’AIFA, più la riorganizzazione della rete dei Comitati etici italiani, che porterà finalmente ad una drastica riduzione del numero di queste strutture, ed infine la gestione telematica di tutta la documentazione sottesa all’avvio degli studi clinici, rappresentano tre pilastri sui quali la ricerca clinica italiana potrà poggiare saldamente per un rilancio internazionale.

 

Probabilmente sarà anche necessario prevedere delle ulteriori modalità di attrazione di capitali internazionali. Non dimentichiamoci che la ricerca clinica consente alle strutture sanitarie di utilizzare spesso farmaci innovativi acquisendo il know-how necessario per gestire al meglio i farmaci del futuro, offrendo ai malati farmaci sempre migliori.

 

Non dimentichiamo comunque i vantaggi clinici che derivano anche dalla semplice partecipazione a uno studio controllato. L’Italia vuole avere un suo ruolo in questo scenario internazionale altamente competitivo.

 

 

30/06/2013



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