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FORMATORE DI ECCELLENZA

Giorgio Calabrese

Oltre alle parole la pratica

 

Università Federico II di Napoli

Università del Piemonte Orientale di Alessandria

Università degli studi di Torino

Università degli studi di Messina

Boston University

Columbia University

Rockfeller University

Words

È fondamentale insegnare non solo quello che si sa ma anche di più, questo vuol dire non solo informare ma soprattutto formare. È necessario spiegare i sacrifici, la serietà ed il rigore necessari per poter arrivare a fare un lavoro come questo

 

Nessuno insegna al medico, allo scienziato a comunicare. Ovviamente le università insegnano le cose giuste, ma non a comunicare. Questo è un deficit terribile

 

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via Verdi, 2

14100 Asti (AT)

 

tel. 0141 34980

fax 0141 353790

 

www.gcalabrese.it

     

    ForumECM dedica la rubrica sul Formatore di Eccellenza di questo numero a Giorgio Calabrese.
    Un volto noto non solo alla Comunità Scientifica ma anche al grande pubblico grazie alle sue frequenti apparizioni, come esperto nutrizionista, sul piccolo schermo.

     

    Professore in molti e importanti atenei italiani, Calabrese ha scelto di non fermarsi a questo e di condividere le sue conoscenze nel campo della Nutrizione anche con i colleghi d'oltreoceano.
    Collabora oggi con prestigiose università americane: tre le quali la Boston, la Columbia, la New York e la Rockfeller University, dal 1990, dividendo la sua vita tra l'Italia e l'America.

     

    Contro ogni ultima tendenza in fatto di diete, ha sempre affermato e sottolineato nei suoi testi la validità e i benefici apportati dalla dieta mediterranea.

     

    Un formatore estremamente convinto che, per diventare i professionisti del futuro, bisogna scendere in campo, insomma passare dalla teoria alla pratica. Una pratica in grado di avvicinare ancor di più il medico al paziente e in grado di creare un importante ed insostituibile rapporto di crescita e confronto con i colleghi. Un docente che, oltre ad insegnare la sua materia, mette in guardia i suoi studenti dai facili successi e dalle mode passeggere, consigliando sempre di puntare sul rigore scientifico ed etico e sul sacrificio, valori oggi indispensabili per chi vuole praticare questo mestiere.

     

    Dopo la Laurea in Medicina e Chirurgia ha deciso di specializzarsi in Scienze dell’Alimentazione, diventando oggi uno dei massimi esperti in campo nutrizionistico. Cosa l’ha spinta ad intraprendere questo percorso?

     

    Quando ero studente all’università, praticamente già lavoravo come internista. Poi grazie anche al Prof. Montorsi di Milano iniziai a dedicarmi, all’Università di Catania, alla chirurgia dei microtrapianti del pancreas su cavie. Il grande problema era il metabolismo di questi animali. Il trapianto riusciva se noi riuscivamo, prima e dopo il trapianto, a nutrirli bene. Allora mi appassionai al concetto di alimentazione e in particolare al concetto di metabolismo e a come regolarizzarlo con il cibo e non con i farmaci. Da allora iniziai ad Asti, nel ’77, a fare un parallelo tra la chirurgia e l’alimentazione. C’erano tanti pazienti chirurgici che, o per un problema di diabete o di obesità, dovevano essere stabilizzati da un punto di vista alimentare prima di sottoporsi all’intervento. Per cui decisi di specializzarmi in Scienze dell’Alimentazione all’Università di Pavia e da quel momento partì il mio percorso professionale.

     

    È Docente di Alimentazione e Nutrizione Umana in diversi Atenei italiani, tra cui l’Università Federico II di Napoli, del Piemonte Orientale di Alessandria, l’Università di Torino e quella di Messina. Collabora, inoltre, con diverse Università americane: la Boston University e, a New York, con la Columbia, la New York e la Rockfeller University. Il fatto di insegnare in diverse università, le ha sicuramente permesso di farsi una chiara idea sul sistema formativo italiano e su quali siano le maggiori differenze rispetto all’estero. Quali sono secondo lei le principali differenze tra i nostri Atenei e quelli di altri paesi? In cosa eccellono e in cosa andrebbero migliorate le nostre università? In altre parole cosa adotterebbe in termini di metodologie ed organizzazione?

     

    Vivendo praticamente tra l’Italia e gli Stati Uniti dal ‘90, mi sono reso conto che l’intelligenza dei medici italiani è in media superiore a quella dei professionisti d’oltreoceano, ma la loro capacità tecnica è superiore alla nostra. Questo perché loro hanno, rispetto a noi, una visione della Ricerca precisa e puntuale. Noi siamo più “poetici e romantici” a riguardo. Forse ora non più, ma almeno all’inizio è stata questa la grande differenza che ha portato a questo eccessivo distacco fra gli scienziati italiani e quelli americani. Non erano più intelligenti di noi, ma avevano un metodo più pedissequo, preciso e ripetitivo.

     

    Mia figlia, specializzanda in medicina interna, ha vinto una borsa di studio per andare a fare Ricerca alla Columbia University. Sta facendo quello che, prima di lei, hanno fatto tanti miei allievi che sono partiti per imparare la tecnologia e la mentalità americana. Il metodo è diverso. Quando noi facciamo Ricerca in Italia se abbiamo 100 campioni da esaminare e i primi dieci sono negativi, li diamo per negativi. Invece loro arrivano prima fino a 100 e poi dicono è negativo. È una mentalità che noi non abbiamo.

    Noi siamo più spartani loro sono molto più precisi. Sono passaggi fondamentali che a noi ci hanno permesso di fare alcune volte la diagnosi prima di loro, ma a loro di fare sempre la giusta diagnosi anche in quei casi in cui, almeno all’inizio, sembrava impossibile fare.

     

    Oltre ad insegnare in diverse università, è un abituale relatore a congressi e convegni. Ha anche vinto numerosi premi, tra cui quello come miglior comunicatore scientifico. Quale pensa siano le principali qualità che dovrebbe possedere un docente? E quale è la cosa che vorrebbe trasmettere a chi ha davanti al di là delle conoscenze?

     

    “I grandi maestri si vedono dai grandi allievi”, questo è quello che mi diceva sempre il mio maestro. È fondamentale insegnare non solo quello che si sa ma anche di più, questo vuol dire non solo informare ma soprattutto formare.

    È necessario spiegare i sacrifici, la serietà ed il rigore necessari per poter arrivare a fare un lavoro come questo. È fondamentale. Dobbiamo imparare a gestire i giovani di oggi che sono più intelligenti di quanto lo eravamo noi alla loro età, perché sono molto più aperti.

    Ovviamente perché la ricetta funzioni è necessario che ci siano grandi docenti, in grado di spiegare e motivare, ma anche grandi studenti capaci di cogliere l’arte e magari poi capaci di superare il proprio maestro.

     

    Come prepara le sue lezioni e cosa ritiene sia imprescindibile per garantire efficacia al processo di apprendimento?

     

    Io cerco di partire dalla fine. Devo insegnare ai miei studenti come curare una malattia. Da lì procedo a ritroso. Analizzo tutte le caratteristiche della malattia, passo per passo. Se della malattia si sa poco, provo a stimolare le loro menti ad analizzare il problema. Per fare tutto questo è necessario però che sappiano tutto quello che, prima di loro, è stato fatto in materia e perché ancora non si è riusciti a trovare una soluzione a riguardo.

     

    Da Docente e Formatore, come considera in generale l'aggiornamento dei professionisti sanitari in Italia ed il Programma nazionale di Educazione Continua in Medicina così come oggi pensato?

     

    L’idea è buona ma i mezzi no. I professionisti che seguono i corsi sono tanti. Qualcosa imparano ma non basta. Il problema è che non sono i corsi ad essere fatti male ma è l’assenza di pratica nella maggior parte di essi.

    I corsi ECM non devono essere fatti in un aula, ma negli ospedali e nelle università.

    Un medico di base, ad esempio, per aggiornarsi, non si deve limitare ad un corso magari organizzato il sabato pomeriggio. Deve poter disporre di una settimana per aggiornarsi, avendo la possibilità di allontanarsi dal posto di lavoro grazie alla presenza di un sostituto. Vivendo una settimana all’interno di un ospedale e facendo assistenza in diversi reparti: pediatria, chirurgia, urologia e quant’altro o in centri specializzati per una patologia specifica, entrerebbe nel vivo di una determinata patologia che non è fatta solo di sintomi e terapia ma anche di altre problematiche come ad esempio la presenza di patologie associate, in grado di creare problemi alla terapia di base.

    Il problema dell’ECM in Italia è che vogliamo ancora continuare con la teoria e poco con la pratica.

     

    Da quello che dice si deduce che, tra i vari modelli formativi, la formazione sul campo è per lei il modello più valido per garantire un aggiornamento efficace?

     

    Certamente, senza alcun dubbio. Quando in una lezione si parla di una patologia, ad esempio il Parkinson, si tratta la malattia, i sintomi e le complicanze in via teorica e generale. Se invece caliamo i professionisti in realtà pratiche, sono convinto che riuscirebbero non solo a cogliere gli aspetti più pratici della stessa patologia ma anche a capire l’importanza della collaborazione tra specialisti. Tutto questo è fondamentale per una corretta gestione del paziente. Paziente che magari oltre al Parkinson soffre anche di diabete. Quindi con la sola teoria verrebbero saltati dei passi importanti. Seguire il malato, vedere i progressi o meno di una determinata terapia, parlare con i colleghi è fondamentale.

     

    In base alla sua esperienza e soprattutto nel suo specifico settore, qual è la tematica sulla quale ritiene ci sia oggi maggiore necessità di formazione per il personale sanitario?

     

    Oggi noi abbiamo un grande problema. Il nostro Paese, insieme agli Stati Uniti, ha i bambini più grassi del mondo. Bambini che, tra 10 anni, diventeranno con ogni probabilità pazienti giovani con patologie importanti quali il diabete e le cardiopatie. Parliamo di patologie che, un tempo, colpivano più frequentemente la popolazione adulta. Per cui il nostro dovere è quello di anticipare e curare i dismetabolismi. Proprio per questo credo che il dismetabolismo sia un argomento su cui deve esserci maggiore informazione.

     

    Come si tiene aggiornato? Quali sono gli strumenti che utilizza più frequentemente e perché?

     

    Noi medici, soprattutto universitari, abbiamo l’opportunità di consultare PubMed, la bibbia per chi si occupa di medicina. Con l’abbonamento alle riviste on line di settore come Nutrition, European Medical Nutrition, Metabolism, Circulation - su cui ogni giorno milioni di colleghi pubblicano articoli scientifici - ho l’opportunità di tenermi sempre aggiornato sugli ultimi ritrovamenti della medicina.

     

    Oltre ad essere un professore universitario di riconosciuta fama, è consulente scientifico in diverse trasmissioni televisive che lo hanno reso un volto noto sul piccolo schermo. Una scelta di grande responsabilità che solo chi, come lei, ha le capacità del comunicatore dovrebbe fare. Cosa pensa della “materia comunicazione” nelle nostre Università? Ritiene sia sufficientemente considerata nel percorso universitario e post universitario del professionista sanitario?

     

    Praticamente zero. Nelle nostre università questa materia non è contemplata. Nessuno insegna al medico, allo scienziato a comunicare. Ovviamente le università insegnano le cose giuste, ma non a comunicare. Questo è un deficit terribile. In America, al secondo-terzo anno di università, ti insegnano a comunicare sia con i pazienti che con i colleghi.

    Da noi questo non succede neanche dopo la laurea. Questo invece per il professionista è un insegnamento fondamentale.

     

    Ho iniziato a fare comunicazione per caso 35-36 anni fa. Lavorando in Rai da 27 anni, ho imparato ad esprimermi con un linguaggio semplice, per essere compreso anche da chi non è addetto ai lavori o da chi, soprattutto in passato, non aveva una cultura tale per poter apprendere determinati concetti. Oggi il problema non è tanto la cultura ma il fatto che, in Italia, ci sono molti stranieri che non parlano fluentemente la nostra lingua. Proprio per questo abbiamo il dovere di parlare in modo chiaro, semplice e comprensibile.

     

    Rispetto al passato intravede comunque un miglioramento da parte dei professionisti sanitari nel modo in cui si rivolgono al pubblico?

     

    Io penso che, negli ultimi venti anni, la comunicazione sia molto migliorata. Non voglio sembrare presuntuoso nel dire che nel campo della nutrizione, questo lavoro l’abbiamo iniziato: io, Carlo Cannella ed Eugenio del Toma. Purtroppo Carlo non c’è più. C’era anche la buon anima di Oliviero Sculati. Poi ci sono anche altri bravi professionisti come il Prof. Migliaccio. Ma nonostante ciò siamo pochi ed abbiamo bisogno di avere un linguaggio simile ed un messaggio comune. Tutto questo per informare correttamente le persone ed evitare che si creino incomprensioni.

     

    L’obesità è un argomento di interesse mondiale. Un problema che, come ha affermato poco fa, affligge anche il nostro Paese che, da sempre, ha fatto della dieta mediterranea un proprio vanto, riconosciuto anche dall’UNESCO. In qualità di esperto nel campo dell’alimentazione, cosa pensa dei programmi di educazione alimentare nelle scuole al fine di migliorare il grado di salute delle giovani generazioni?

     

    Dunque l’idea è buona. Io ho diretto per cinque anni le mense scolastiche del Comune di Torino. Lo stato ha voglia di fare, di andare avanti e di poter gestire questa cosa, però dall’altra parte abbiamo una difficoltà nel realizzare a tutto tondo questi programmi. Ci sono dei meccanismi che non funzionano. I medici ospedalieri italiani, che si occupano di dietologia, hanno un’ottima preparazione ma sono abituati a curare le malattie e non a prevenirle.

    Nelle scuole invece dobbiamo prevenirle e per fare questo serve un’altra figura. Sempre un medico ma un’internista, un metabolista e non un medico abituato a decidere sulla nutrizione parenterale dei pazienti oncologici.

    I nostri bambini hanno bisogno di un educatore, che non deve essere per forza un pediatra, ma se lo è meglio così. Una figura in grado di progettare, insieme ai servizi di catering, un programma alimentare cambiando, se necessario, il modo di cucinare gli alimenti.

     

    Oltre che di Formazione universitaria, si occupa anche di Formazione post specialistica. Fa parte del Comitato Scientifico del Master in Medicina e Chirurgia estetica e del Master in Promozione, tutela e management della salute e dell’educazione alimentare nell’età evolutiva. Secondo lei l’Alta formazione in campo sanitario è di qualità e quantità corretta e soprattutto il medico italiano è culturalmente pronto a formarsi attraverso Master e corsi?

     

    Il professionista è pronto ma noi continuiamo a fare lo stesso errore che facciamo nell’ECM ovvero parliamo sempre. Dobbiamo fare la pratica.

     

    Oggi è considerato dalla stessa Comunità scientifica un punto di riferimento nel campo dell’Alimentazione. Probabilmente anche lei durante il suo percorso professionale avrà incontrato un “maestro”, una guida che ha influenzato, più o meno inconsapevolmente, il suo approccio alla professione e alla didattica. A chi riconosce questo ruolo?

     

    Al professore Ermanno Lanzola. Il mio maestro con cui mi sono specializzato a Pavia. Oggi ha più di novant’anni. È stato uno dei grandi padri della dietologia internazionale. Una persona per bene ma soprattutto un grande scienziato.

     

    Ha condotto numerose ricerche pubblicate su riviste scientifiche di settore nazionali ed internazionali. Tra tutte quali sono quelle che si sono rivelate più importanti per la sua carriera professionale?

     

    Io feci una cosa molto semplice. Quando tutti pensavano di rivoluzionare l’alimentazione con diete strampalate, io fui quello che si arroccò per riportare la dieta mediterranea a modello preventivo e curativo di molte malattie. I miei studi si sono concentrati soprattutto sugli effetti della dieta in alcune patologie come quelle metaboliche, tra cui il diabete, ed in alcune patologie cerebrali debilitanti. A riguardo lo studio più importante che ho fatto è stato quello inerente la dieta nel morbo di Parkinson, ma mi occupo anche di Alzheimer, epilessia e sclerosi a placche. Il mio ultimo libro in uscita a marzo tratterà proprio di come dimagrire con la dieta mediterranea.

     

    Come nel suo ultimo libro, anche in passato nei suoi precedenti scritti, si ritrova una parola ricorrente: la dieta. Quali sono i segreti per una sana e corretta alimentazione?

     

    Essere vari, onnivori. Mangiare di tutto e poco. Fare più pasti in una giornata rispetto ad uno solo. Fare una buona colazione. Non demonizzare alcun cibo. Per me non esiste un alimento spazzatura, ma esistono solo delle tecniche sbagliate per fare in modo di trasformare il cibo in spazzatura. Se dicessi che le uova fanno male sarei un bugiardo, ma se le friggo sarebbe vero. Allora non è l’alimento ad essere sbagliato ma, alle volte, lo sono le tecniche di preparazione.

     

    È consulente dietologo per diverse squadre sportive di serie A. L’importanza di abbinare ad una corretta alimentazione, un’adeguata attività fisica è ormai riconosciuta da tutti. Tra attività clinica e didattica, è un professionista molto impegnato. Ma considerate le sue “ramanzine” riguardo: dieta ed attività fisica, sicuramente dedicherà del tempo allo sport. Come si mantiene in forma Giorgio Calabrese?

     

    Sono un discreto tennista, cerco di giocare con i miei amici almeno due ore, due volte alla settimana. Poi, quando posso, cammino tanto. Non conosco l’ascensore, che uso solo quando devo aiutare mia moglie con la spesa.

    Per il resto vado a piedi. Cammino molto ad Asti, una città che mi ha accolto ben 36 anni fa. È molto pulita e si presta alle passeggiate quindi, se ho tempo, ne approfitto.

     

    Come ogni buon scrittore, immaginiamo sia anche un gran lettore. Ha un genere ed un autore preferito e quale libro sta leggendo in questi giorni?

     

    Ora sto leggendo “Il bene comune” di Noam Chomsky. Io sono un fissato di Noam Chomsky, un autore americano che si occupa di linguaggio e di neurologia del linguaggio. È una persona che mi ha dato molto.

    Un grande uomo che mi ha dato molti input. Scrive e parla molto bene ma soprattutto pone problemi e poi trova le soluzioni.

     

    Giugno 2014



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