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FORMATORI DI ECCELLENZA

Alberto Mantovani

Spirito critico, metodo e passione
Un medico popperiano al servizio della Ricerca e del Sapere

 

 

Prof. Alberto Mantovani

Università degli studi di Milano

Istituto clinico Humanitas


Ipse dixit

Credo che l'educazione continua sia fondamentale e trasmetto questa convinzione con decisione ai miei studenti. A volte, però, ho la sensazione che i crediti ECM vengano interpretati da alcuni come una mera pratica formale

La lezione frontale consente di trasmettere non solo nozioni e dati, ma anche passione ed entusiasmo. E permette inoltre una certa flessibilità nellesposizione dei concetti... il risultato finale è il prodotto dellinterazione tra le conoscenze e la passione di chi insegna e la risposta di chi apprende

Un sistema di ricerca “sano”, tuttavia, non può non reggersi anche su una seconda “gamba”, costituita dalla ricerca indipendente, che per vocazione vigila sull'appropriatezza dell'utilizzo delle scoperte di laboratorio e dei risultati della ricerca industriale, per il bene dei pazienti

 

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I guardiani della vita

 

 

ForumECM incontra Alberto Mantovani, immunologo e ricercatore di fama internazionale.

 

Direttore Scientifico dell'Istituto Clinico Humanitas e Presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca Mantovani è Professore ordinario di Patologia Generale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università degli studi di Milano e Prorettore alla Ricerca dello stesso ateneo.

 

La Ricerca è dunque al centro del suo percorso professionale. Un percorso che lo ha visto raggiungere importanti risultati ed ottenere prestigiosi riconoscimenti per l'attività di ricerca svolta in campo immunologico.

Da diversi anni Mantovani è infatti uno tra i ricercatori italiani con migliore ranking nelle graduatorie scientifiche, in particolare nell'area immunologica dove il suo nome compare tra quelli dei cento ricercatori più citati negli ultimi vent'anni.

 

Ma Mantovani è anche un formatore di grande spessore, uno di quelli che lasciano al proprio discente qualcosa al di là del mero sapere scientifico e che cercano, riuscendoci, di trasferire le proprie conoscenze nel più chiaro e semplice modo possibile. Un'impostazione Popperiana che Mantovani ha fatto sua.

 

Medico, ricercatore, manager ed anche formatore di eccellenza.

Mantovani ha diversi ruoli ciascuno dei quali affronta con la passione di chi, nonostante i successi professionali, vuole ancora imparare. Come emerge da questa lunga ed interessante intervista.

 

La sua attività professionale è stata sempre dedicata alla Ricerca, prima nel campo Oncologico poi in quello immunologico. È dunque passato dal curare il malato oncologico a studiare il cancro al microscopio. Quali le ragioni di questa scelta?

 

Durante il mio percorso di studi ho effettuato un periodo in laboratorio, nel corso del quale mi sono innamorato della Ricerca. Avendo la sensazione di non riuscire a fare al meglio attività sia clinica sia di laboratorio, ho deciso di verificare la mia vocazione interrompendo l'attività clinica e andando in Inghilterra a fare Ricerca. Al mio rientro in Italia ho poi deciso di continuare su quella strada.

 

Dopo la specializzazione, lei ha lavorato al Chester Beatty Research Institute di Londra e al National Institutes of Health negli Usa, per poi tornare in Italia dove ha intrapreso la carriera accademica presso l'Università degli studi di Milano. Tenuto conto della sua esperienza come considera il modello formativo italiano rispetto a quello anglosassone?

 

Al di là delle esperienze personali, credo che i dati possano parlare da soli. Se guardiamo la capacità dei giovani italiani di competere per uno dei finanziamenti europei più prestigiosi, come il Programma IDEAS dell'European Research Council, che dedica una parte dei finanziamenti esclusivamente ai giovani, andando ad analizzare la nazionalità di chi si aggiudica i fondi messi a disposizione, vediamo che gli italiani sono secondi solo ai tedeschi.

 

Si tratta di un risultato straordinario, soprattutto se “normalizziamo” questo dato sulla base degli investimenti in istruzione superiore e Ricerca effettuati dal nostro paese, nettamente inferiori rispetto a quelli della Germania. Nonostante disinteresse e scarsità di risorse dunque, il nostro sistema formativo continua a produrre giovani di qualità sul piano della preparazione e dedizione. Quello che personalmente apprezzo molto, nelle scuole di qualità del nostro paese, è la capacità di educare allo studio personale.

 

In campo immunologico è oggi considerato un punto di riferimento a livello internazionale.

Chi è stata la sua guida nei primi anni della sua carriera, prima di studente e poi di ricercatore, e cosa le ha lasciato che ritrova nella sua quotidiana attività professionale e di formatore?

 

Ho avuto la fortuna di avere non solo una, ma tante guide nel corso della mia vita professionale. In particolare Silvio Garattini, capace di tenere aperto il suo studio alle persone con cui lavorava e disponibile a confrontarsi sui dati, per i quali ha sempre nutrito un grande rispetto, che mi ha trasmesso.

Sono stato profondamente influenzato anche da Peter Alexander e Bob Evans durante il mio soggiorno in Inghilterra all'inizio della mia carriera professionale. Sono stati loro ad introdurmi in modo più sistematico allo studio dei macrofagi, una linea di lavoro che, da allora ha accompagnato tutta la mia vita scientifica.

E mi hanno trasmesso un grande insegnamento, l'importanza della correttezza. Quando il progetto cui lavoravo con loro non funzionò, io sviluppai un progetto diverso e loro non solo mi lasciarono libero di proseguire nella mia direzione, ma al momento della pubblicazione dello studio su riviste scientifiche mi dissero che era giusto me ne prendessi il merito, e non vollero comparire tra gli autori.

Questo lavoro fruttò tre pubblicazioni riconosciute dalla comunità scientifica come il “rinascimento” dell'importanza del legame tra infiammazione e cancro.

Fondamentale, infine, è stata l'interazione con i miei tecnici di laboratorio, in particolare Giuseppe Peri e Nadia Polentarutti, che mi hanno aiutato a sviluppare un assoluto rigore sperimentale, e con i miei giovani, ai quali mi auguro di riuscire a mia volta a trasmettere gli insegnamenti ricevuti.

 

Da docente e formatore, come considera in generale l'aggiornamento dei professionisti sanitari in Italia ed il Programma nazionale di Educazione Continua in Medicina così come oggi pensato?

 

Credo che l'educazione continua sia fondamentale e trasmetto questa convinzione con decisione ai miei studenti. A volte, però, ho la sensazione che i crediti ECM vengano interpretati da alcuni come una mera pratica formale.

 

Sulla base anche delle sue esperienze all'estero qual è secondo lei la tipologia di evento formativo più efficace per formare ed aggiornare i professionisti della Sanità?

 

Personalmente ritengo che, fra i tanti, un modello formativo irrinunciabile sia costituito dal rapporto diretto e dalla relazione personale tra docente e discente.

 

Nel primo numero di ForumECM, il Prof. Comi ha dichiarato che un programma di formazione dipenda ed abbia al suo vertice “la magia della parola e dell'esperienza comunicata.” La formazione non si ridurrebbe al mero trasferimento di conoscenze ma consisterebbe nel trasferire una conoscenza mediata dalla visione personale. Da qui il privilegiare l'esperienza d'aula rispetto a modalità formative a distanza o a quelle nelle quali non c'è un'interazione reale. Nell'attività formativa cosa ritiene sia imprescindibile per garantire efficacia al processo di apprendimento?

 

Oggi abbiamo a disposizione una grande quantità di strumenti formativi straordinari, sia in aula sia in rete. Quest'ultima, tuttavia, non può a mio parere sostituire integralmente il rapporto personale tra docente e allievo. La lezione frontale consente di trasmettere non solo nozioni e dati, ma anche passione ed entusiasmo. E permette inoltre una certa flessibilità nell'esposizione dei concetti. Il risultato finale è il prodotto dell'interazione tra le conoscenze e la passione di chi insegna e la risposta di chi apprende. Nel mondo anglosassone ciò è ancora più evidente perché viene dato maggiore spazio all'intervento degli studenti, che sono abituati ad esempio ad interrompere il docente durante l'esposizione.

Da noi, invece, questo viene vissuto molto male. Ma il fatto che, al termine, gli studenti circondino il professore per approfondire gli argomenti trattati permette di capire se una lezione è andata più o meno bene.

 

La sua attività di divulgatore non si è fermata ad un pubblico di ricercatori e studenti.

Nel suo recente libro (I guardiani della vita ndr) ha raccontato con un linguaggio semplice e ricco di metafore come funziona il sistema immunitario ed i risultati raggiunti in questo campo avvicinando i non addetti ai lavori all'immunologia. Fare divulgazione scientifica in una disciplina così complessa non credo sia stato semplice. Qual è stata la ragione di questa nuova e diversa sfida?


Mi piace ricordare una bellissima frase di Karl Popper, in cui credo molto. “Ogni scienziato (…) ha contratto un debito nei confronti dei propri simili: presentare il frutto dei suoi studi nella forma più chiara, più semplice e più modesta possibile”. Questo è ancor più vero nella misura in cui, molti di noi, nel nostro Paese, continuano a fare ricerca grazie al sostegno dei cittadini a chiarities come l'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) o la Fondazione Humanitas per la Ricerca, tanto per citarne due.

Inoltre, a livello personale, sono stati il desiderio e la voglia di comunicare la passione per il mio lavoro a spingermi a scrivere il libro I guardiani della vita.

 

In campo immunologico qual è la tematica sulla quale oggi c'è maggiore necessità di formazione per il personale medico e sanitario?

 

Su due temi in particolare: vaccini e terapie biologiche.

Vaccini perché siamo purtroppo di fronte alla diffusione di una mentalità contraria al loro utilizzo. Si tratta di un atteggiamento irrazionale e potenzialmente molto pericoloso per la Sanità e la salute pubblica.

La consapevolezza dell'utilità e dell'importanza delle vaccinazioni può essere trasmessa alle persone solo dal personale medico e sanitario, perciò è importante che venga formato in questo senso.

È necessaria informazione anche sulle terapie biologiche che sono ormai disponibili per molte malattie, da quelle autoimmuni al cancro, ma hanno costi molto elevati. Se vogliamo che tutti continuino ad aver accesso a strategie terapeutiche di frontiera come queste, è dunque necessario utilizzarle in modo appropriato, al fine di non sciupare risorse importantissime in Sanità.

 

Nel precedente numero ForumECM ha approfondito il tema della Sponsorizzazione, chiamando la comunità professionale a confrontarsi sul Conflitto di interessi. Nella sua quotidiana attività di ricercatore prima e di formatore poi come giudica il ruolo dell'Industria nella Ricerca e nella formazione continua?

 

L'Industria ha un ruolo fondamentale nella Ricerca scientifica e nella promozione della salute.

Senza di essa non avremmo fatto così tanti progressi nella cura di flagelli devastanti come le malattie cardiovascolari ed i tumori. Un sistema di ricerca “sano”, tuttavia, non può non reggersi anche su una seconda “gamba”, costituita dalla ricerca indipendente, che per vocazione vigila sull'appropriatezza dell'utilizzo delle scoperte di laboratorio e dei risultati della ricerca industriale, per il bene dei pazienti.

Per capirne bene l'importanza è sufficiente fare l'esempio delle leucemie del bambino, oggi curabili per il 90% grazie proprio alla ricerca clinica indipendente, che ha trovato il modo di utilizzare nella maniera migliore farmaci già esistenti.

 

Quando entra in un'aula universitaria o forma dei medici quale è la cosa che vorrebbe trasmettere a chi ha davanti al di là delle conoscenze?

 

Vorrei trasmettere spirito critico e metodo, oltre alla passione per la cura dei malati e per la conoscenza.

 

Guardandosi con gli occhi di un suo studente o ricercatore, quale pensa siano le principali caratteristiche che le vengono riconosciute come formatore?

 

Credo siano gli altri a dover giudicare, dunque sarebbe più corretto fare ai miei studenti questa domanda. Ciò che spero di trasmettere, invece, è chiarezza, spirito critico, passione e preoccupazione per gli ammalati.

 

Lei oltre a direttore scientifico di un IRCCS è Presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca, impegnata nella ricerca clinica e di base in ambito immunologico. Da questo punto di osservazione privilegiato come vede la Ricerca nel nostro Paese e quali consigli da ai suoi studenti che vogliono dedicarvisi seguendo le sue orme?

 

La Ricerca nel nostro Paese purtroppo soffre di gravi problemi: pochi investimenti pubblici, un sistema scarsamente flessibile e meritocratico, insufficiente trasferimento delle scoperte di laboratorio all'industria.

E, soprattutto, una serie di lacci e lacciuoli che rendono difficile sfruttare al meglio quel poco che il Paese investe.

Ai miei studenti consiglio di seguire la propria passione, verificando la propria vocazione alla Ricerca trascorrendo un periodo in laboratorio. Fondamentale scegliere un tutor esperto ed un Laboratorio di buon livello, possibilmente con un ambiente internazionale stimolante, come premessa per un soggiorno all'estero, tappa fondamentale di una carriera dedicata alla Ricerca.

 

Nel suo Centro di Ricerca lavorano circa 200 ricercatori provenienti da tutto il mondo, a dimostrazione del fatto che anche l'Italia è in grado di attirare 'cervelli' laddove vi siano realtà di eccellenza in grado di operare sulle frontiere della medicina. Ma è comunque un'eccezione in un panorama che vede un differenziale tra ricercatori che vengono in Italia e quelli italiani che cercano opportunità in altri paesi ancora negativo. Quali pensa siano le ragioni strutturali, economiche e culturali?

 

La scarsa attrattività del nostro Paese nei confronti dei talenti stranieri ha ragioni diverse, quali la mancanza di percorsi preferenziali per ottenere i permessi di soggiorno, l'inadeguatezza di stipendi e borse di studio e l'inesistenza di programmi di finanziamento ad hoc.

Soprattutto se provengono da Paesi extracomunitari, i ricercatori stranieri incontrano infatti una serie di ostacoli “pratici” e vincoli burocratici troppo spesso scoraggianti, andando incontro a pratiche umilianti, ad esempio, per ottenere i permessi di soggiorno. Gli altri paesi, poi, non solo offrono salari più competitivi, ma anche percorsi di carriera che, da noi, in strutture pubbliche come le università sono difficili da comprendere ed affrontare per persone non italiane.

C'è dunque molto da cambiare e migliorare, iniziando dal valorizzare ciò che già abbiamo.

Penso ad esempio a Milano, la mia città, che offre non solo strutture e Centri di Ricerca di altissimo livello, ma una buona vita culturale ed una posizione geografica invidiabile per la vicinanza a mari, laghi e monti.

 

Leggendo le consuete classifiche lei è il ricercatore italiano più produttivo ed uno dei più citati nella letteratura scientifica internazionale. Una carriera professionale ricca di pubblicazioni ma anche di importanti premi nazionali e internazionali. Tra i tanti lavori qual è quello che lei ritiene più importante?

Ed il premio di cui va maggiormente fiero?

 

Sono molto legato ai primi lavori che hanno proposto che i macrofagi, all'interno dei tumori si comportano come “poliziotti corrotti” ovvero invece di combattere ed arrestare il cancro lo aiutano a crescere e proliferare. Questi studi hanno promosso la rinascita dell'importanza del legame tra infiammazione e cancro. Inoltre sono particolarmente legato ai lavori che hanno portato alla scoperta dei cosiddetti “recettori decoy”, falsi recettori (trappole molecolari) che intrappolano la molecola che dovrebbe dare il via alla risposta immunitaria, impedendo così l'inizio dell'infiammazione.

Da qui sono derivate strategie terapeutiche innovative, che hanno migliorato la vita di pazienti affetti da malattie immunitarie e infiammatorie.

 

Il Premio di cui vado maggiormente fiero, invece, è il Guido Venosta, consegnatomi dall'allora Presidente della Repubblica Ciampi per conto dell'AIRC, perché si colloca in un contesto di attenzione e generosità del pubblico nei confronti della Ricerca scientifica, che purtroppo non si riflette nelle scelte del mondo politico.

 

In una sua precedente intervista ha dichiarato di essere appassionato di alpinismo, disciplina sportiva che si basa sul superamento delle difficoltà incontrate durante la scalata di una montagna. Ha scalato più montagne nella sua vita da sportivo o in quella da scienziato? E quali sono le vette sportive e quelle professionali che le hanno dato maggiore soddisfazione?

 

Sono alpinista solo per hobby, un hobby che non riesco a praticare moltissimo per via dei miei impegni professionali. Le scalate che forse mi hanno dato maggior soddisfazione sono la spettacolare traversata dei Lyskamm, una delle cime più belle delle Alpi, e la Cresta Rey, uno sperone che porta alla cima più alta del Rosa, la punta Dufour. Ma passeggiate più tranquille in ambiente alpino, magari con un nipotino sulle spalle o per mano, possono essere di non minor soddisfazione!

 

Dal punto di vista professionale, invece, come già accennato sono particolarmente legato ai lavori che hanno stabilito, per la prima volta, una connessione tra infiammazione e cancro, a quelli che hanno portato alla scoperta dei recettori decoy e del ruolo delle chemochine che regolano il traffico dei globuli bianchi. Inoltre, gli studi effettuati con Elisabetta Dejana, che hanno dimostrato che l'endotelio non è un tessuto inerte ma, al contrario, si riprogramma rispondendo ai segnali dell'immunità. E ai lavori che hanno consentito a me ed al mio team di mettere la firma nel grande libro del genoma, identificando molecolarmente alcuni geni.

 

La soddisfazione più grande, però, è aver collaborato con giovani straordinari che, poi, hanno proseguito autonomamente, dando contributi fondamentali al progresso delle conoscenze.

 

Oltre ad essere uno scrittore, anche di successo nel suo genere, immagino sia anche un lettore. Ha un genere ed un autore preferito e qual è l'ultimo libro letto?

 

Amo molto i libri di storia e storia della scienza. In questo periodo, però, sto riscoprendo Georges Simenon ed i racconti e romanzi polizieschi di cui è protagonista il commissario Maigret. Su un piano meno leggero, La Vita Autentica di Vito Mancuso.

 

 

15 Giugno 2012



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