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FORMATORI DI ECCELLENZA

Giuseppe Novelli

Dalla ricerca sull’invecchiamento precoce allo “svecchiamento”
della ricerca: un genetista a tutto campo

 

 

Prof. Giuseppe Novelli

Università Tor Vergata


Ipse dixit

Di una scoperta scientifica non è tanto importante la scoperta in sé, quella può essere finalizzata.

È fondamentale che dia la possibilità ad altri di lavorarci e di creare successivamente nuovi orizzonti

 

Se non si può utilizzare l’ECM come meccanismo premiante, come è in America, bisognerebbe rilasciare al professionista qualcosa come ad esempio un titolo formativo

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Facoltà di Medicina e Chirurgia Università Tor Vergata

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00133 Roma

 

tel. 06 2020301
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presidenza@med.uniroma2.it
www.med.uniroma2.it

 

 

In questo numero ForumECM incontra Giuseppe Novelli, uno dei più affermati ricercatori a livello internazionale nel campo della genetica.

 

Nel suo percorso professionale sono diversi i contributi forniti alla scienza medica: dall’individuazione della causa dell’invecchiamento precoce alla caratterizzazione di nuove mutazioni, dallo studio dell’espressione genica alla messa a punto di nuovi metodi per la diagnosi prenatale e postnatale. 

 

Non solo un ricercatore di fama ma anche un formatore di eccellenza che mette nelle sue lezioni la stessa passione che riserva alle sue ricerche.

Per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo Novelli è anche una persona con uno spessore umano non comune, quello che spesso fa la differenza in aula, facendoci amare una materia e dando senso alla scelta di studiare una scienza, la medicina, che dovrebbe trovare la sua prima ragione proprio nel prendersi cura della persona malata.

 

In questa intervista Novelli ci da una visione sostanzialmente positiva del sistema universitario italiano, in grado, a suo dire, di dare allo studente un background formativo più completo rispetto ai sistemi universitari di altri paesi pur mostrandosi carente nell’attività pratica prevista negli anni di studio precedenti la specializzazione. E proprio quello di incentivare l’attività pratica nei corsi di laurea è un obiettivo che Novelli si pone nella sua veste di membro dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. 

 

Nella sua analisi del Programma ECM Novelli sottolinea la bontà del sistema, sia nelle ragioni che portarono alla sua ideazione circa dieci anni fa che nei risultati prodotti sul sistema sanitario.

Ma anche il non utilizzo dei crediti ECM come effetto premiante, per lui vera criticità del sistema. Da qui la proposta di collegare alla frequentazione di un corso ECM un titolo formativo quale strumento per premiare la partecipazione del professionista sanitario.

 

Prof. Novelli dopo la laurea per quale ragione ha intrapreso la strada più difficile ovvero la carriera di ricercatore? E quali sono state le maggiori difficoltà riscontrate in Italia e all’estero nel suo percorso formativo e professionale?


Diciamo pure che il mio percorso è un po’ atipico, non è stato quello tradizionale, anche perché sono arrivato agli inizi degli anni ’80, in un momento storico molto favorevole per la ricerca. A quell’epoca si iniziava a parlare di DNA, ma non è che tutti lo manipolavano. Volevo diventare un biochimico e l’argomento mi affascinava, quindi ho iniziato a seguire studi di genetica per cominciare a manipolare il DNA, cosa che facevano in America e un po’ meno in Europa.

All’inizio sono andato in Sardegna a studiare la talassemia, che era la malattia ereditaria per eccellenza in Italia. Oggi possiamo ritenere questa patologia pressoché sconfitta grazie ai programmi di prevenzione e di screening ma all’epoca, negli anni ’80, era un problema serio.

Successivamente sono andato in Francia, negli Stati Uniti, per poi ritornare in Italia.

Considerando la genetica una scienza giovane, che stava nascendo proprio in quel periodo, direi che non ho riscontrato particolari difficoltà in termini di formazione.

 

Se non sbaglio è la prima volta che un ricercatore e non un clinico è stato chiamato a svolgere l’importante ruolo di Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia. La ricerca è comunque la seconda anima, con la formazione, dell’università, cosa forse in Italia un po' dimenticata. Qual è la sua opinione?

 

Qui devo fare subito una precisazione. Sono stato Preside fino a maggio di quest’anno, poi ho lasciato l’incarico perché sono stato chiamato ad  una responsabilità, se vuole, ancora più grande: far parte del Consiglio Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca in Italia. Quindi per un problema di incompatibilità ho dovuto lasciare a malincuore l’incarico di Preside, ma d’altra parte sono molto contento perché sto contribuendo a costruire questa nuova struttura, che rappresenta il futuro per la ricerca in Italia.

Nel nostro Paese mancava un’agenzia di valutazione, noi la stiamo costruendo cercando di creare i percorsi per stabilire finalmente il merito nell’Università e nella Ricerca italiana: è necessario per dare soldi a chi li merita, far fare carriera ai giovani e a chi più lo merita.

 

Sulla base della sua esperienza come Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata e di quelle formative maturate all’estero, secondo lei in cosa si caratterizza l’offerta formativa italiana se confrontata con quella di altri paesi?

 

Diciamo che in linea generale noi ci siamo adeguati a quelli che erano i processi di Lisbona e quindi stiamo cercando di andare verso un’azione europea della formazione. La formazione italiana non è inferiore a nessuno, anzi facendo un paragone con gli Stati Uniti ad esempio, devo dire che i nostri laureati, sia in Medicina che in altre discipline, hanno un background di preparazione molto più sostanziale e solido ed è proprio per questo che spesso, come lei sa, quando andiamo in questi Paesi raggiungiamo posti di prestigio. La differenza è forse in termini di attività pratica, che durante il corso di laurea è maggiore all’estero rispetto che in Italia. Le nostre Università danno durante il corso di laurea un background formativo più completo e poi dopo, con la specializzazione viene dato maggior spazio alla pratica, ma si allungano i tempi. Infatti uno dei punti che ci siamo proposti di migliorare è stato proprio quello di incentivare l’attività pratica durante il corso di laurea.

 

In qualità di docente qual è secondo lei il modello formativo più efficace per garantire l’aggiornamento continuo dei professionisti sanitari?

 

La cosa ideale sarebbe creare dei master formativi e non tanto corsi ECM, anche se questi all’inizio hanno funzionato discretamente bene, dando un impulso positivo ad un sistema che era abbastanza ingessato. Parliamo di un miglioramento sia in termini di qualità dei relatori che delle relazioni, perché un sistema di reviewer o di peer-reviewer ha fatto in modo che chi organizzava eventi scegliesse con maggiore attenzione i propri relatori per una buona riuscita dell’evento stesso.

La cosa che manca secondo me è che poi i crediti ECM non sono stati utilizzati come effetto premiante. Ed è questo il punto cruciale: il professionista tende a chiedersi cosa succederebbe se non accumulasse i crediti ECM. Tale domanda si pone perché c’è stata una riforma a metà, non essendosi concluso l’iter iniziato all’epoca con l’allora Ministro Veronesi, che conoscevo bene visto che ero uno dei suoi consulenti. Non si è concluso l’iter per volontà politiche.

Allora se non si può utilizzare l’ECM come meccanismo premiante, come è in America, bisognerebbe rilasciare al professionista qualcosa come ad esempio un titolo formativo.

L’idea potrebbe essere quella di associare i crediti ECM a dei corsi magari di durata maggiore, che si concludono con il conseguimento di un master di II livello. Questo cosa comporterebbe? Il professionista andrebbe a guadagnare un titolo: È sicuramente un percorso più faticoso ma potrebbe essere, a mio parere, una soluzione.

Basterebbe collegare gli eventi ECM a master formativi. Normalmente l’erogazione la fa l’università e non un’agenzia qualunque, però si possono fare delle convenzioni con gli atenei, come negli USA: non credo sarebbe un problema.

Così si andrebbero a ridurre il numero di eventi, si aumenterebbe la qualità e si impedirebbe alla gente di accumulare eventi di tutti i tipi, che a mio parere non servono praticamente a niente. In seguito eliminerei  gli eventi erogati per via telematica, su internet, poiché non c’è una verifica reale sul raggiungimento degli obiettivi formativi da parte del professionista. Sì alla FAD, ma si dovrebbero prevedere piattaforme e sistemi di controllo effettivi sulla persona, come per le lauree telematiche, dove l’esame viene svolto su una piattaforma e con una Commissione.

 

Durante la Seconda Conferenza Nazionale sulla Ricerca Sanitaria, svoltasi a Cernobbio lo scorso novembre, l’ex Ministro Fazio ha sottolineato ancora una volta l’importanza della rete dei ricercatori italiani all’estero come forma di collaborazione e dunque possibile soluzione alla “fuga di cervelli”.  Secondo lei c’è ancora questo problema e se sì perché e cosa si dovrebbe fare per non perdere questo patrimonio?

 

No, la storia dei “cervelli in fuga” è una balla alla quale non ho mai creduto.

È giusto e normale che i “cervelli” emigrino, la ricerca deve essere internazionale: non c’è una ricerca italiana piuttosto che una ricerca indiana.

Se un professionista è bravo e si realizza in un contesto, ben venga, in qualunque contesto del mondo sia. La giusta domanda da porsi è perché noi non attraiamo “cervelli” dall’estero, e non il motivo per cui i nostri vanno fuori: tutti dovremmo fare un’esperienza del genere. I punti da chiarire sono due: perché gli stranieri non sono attratti dal fare Ricerca in Italia e perché i nostri “cervelli” fanno fatica a rientrare. Tra le risposte da addurre alla prima domanda, sicuramente dobbiamo considerare che gli stranieri non vengono in Italia perché la maggior parte dei corsi sono ancora erogati in lingua italiana e non in inglese. Fortunatamente a riguardo ci sono già molte iniziative come ad esempio a Pavia ed a Roma per quanto riguarda la Medicina. Noi a Tor Vergata abbiamo un corso di Farmacia in inglese che va benissimo, in cui il 50 per cento degli studenti sono stranieri. La seconda motivazione che rende poco appetibile l’Italia è la burocrazia. Provi a immaginare un ricercatore straniero che volesse venire in Italia: dovrebbe fare un concorso. Parliamo quindi di anni. La tempistica rispetto agli Stati Uniti, ad esempio, è davvero lunga ed è per questo che poi gli stranieri sono portati a scegliere altri Paesi.

 

Considerati i suoi numerosi meriti accademici, che oggi fanno di lei uno dei più affermati scienziati a livello internazionale nel campo della genetica umana e molecolare - ricordiamo ad esempio  la nomina di Adjunct Professor,  presso l’University of Arkansas for Medical Sciences- che consigli darebbe ad un giovane medico che volesse intraprendere la strada di ricercatore?

 

Scegliersi un buon laboratorio ed una buona guida, cioè un buon maestro che lo possa seguire. Inoltre è estremamente importante prestare molta attenzione non solo alla scelta della struttura universitaria ma anche del laboratorio, vedere quali sono le linee di ricerca, le opportunità che si possono ottenere in quella sede piuttosto che in un’altra.

 

Chi è stato il suo maestro e perché lo considera tale?

 

I maestri sono tanti all’Università, l’importante è seguire chi abbia un filone corretto nelle linee di ricerca in cui uno crede perché altrimenti diventa difficile. Successivamente si può anche trovare una propria strada individuale, ma all’inizio c’è bisogno di un gruppo critico, che abbia molte competenze, conoscenze e strumentazioni. Non ci dimentichiamo che oggi la ricerca non può essere condotta senza apparecchi: sono necessarie molte risorse per una ricerca competitiva. È finita l’epoca in cui si faceva ricerca con un foglio ed una matita.

 

Lei è autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali ed internazionali. Quale considera la sua pubblicazione più importante?

 

Di una scoperta scientifica non è tanto importante la scoperta in sé, quella può essere finalizzata. È fondamentale che dia la possibilità ad altri di lavorarci e di creare successivamente nuovi orizzonti.

A tale riguardo direi che la pubblicazione più importante per me, che ha tra l’altro ricevuto il maggior numero di citazioni, è stata quella riguardante la causa dell’invecchiamento precoce, una malattia rara. La novità quale è stata? Che tale scoperta ha aperto un nuovo mondo sulle altre malattie da invecchiamento precoce, è diventata un meccanismo generale per spiegare l’invecchiamento umano e degli animali. Quell’articolo che ho pubblicato nel 2001 è ormai un best seller della ricerca (ndr. Mandibuloacral dysplasia is caused by a mutation in LMNA-encoding lamin A/C 2002 American Journal of Human Genetics, 71 2, pp. 426-431) , perché fino a quell’epoca c’erano 300 teorie diverse sull’invecchiamento, delle quali molte erano tutte fantasie.

Oggi invece gli studi sono focalizzati sul difetto di membrana cellulare, una vera rivoluzione nell’approccio alla ricerca sull’invecchiamento.

 

Oltre ai suoi innumerevoli impegni accademici è componente dell'Editorial Board di Acta Myologica e Clinical Genetics e Reviewer di numerosissime riviste scientifiche tra cui ricordiamo: Clin Genet, DNA Sequence, Eur J Hum Genet ed il Lancet. Che consigli darebbe ad un giovane ricercatore per realizzare un buon lavoro scientifico da sottoporre ad una rivista internazionale? 

 

La prima cosa da fare è avere dei dati seri da sottoporre alla rivista. È importante che i dati siano oggettivi e in grado di aggiungere qualcosa di nuovo alla ricerca: se invece sono solo pezzi di un mosaico che aggiungono qualcosa di orizzontale, servono a poco. Una grande scoperta è quella che cambia un’idea consolidata.

 

Alla fine di questa intervista mi chiedo se le rimane del tempo libero e quali sono le sue passioni?


Considerando che il mio lavoro mi obbliga a dei ritmi frenetici, girando spesso per il mondo, diciamo che quando ho del tempo libero lo trascorro rilassandomi nella mia casa a leggere.

 



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